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Lamento di Portnoy di Philip Roth (seconda parte)

Curiosando fra le prime opere dello scrittore americano, un romanzo originale, una lettura particolarmente divertente e, sotto certi aspetti 'liberatoria'

Chi scrive thriller non è per forza un serial killer, come chi scrive romanzi erotici non deve necessariamente aver provato tutte le sensazioni e le esperienze sessuali descritte (magari avrebbe voluto, ma…).

Per quanto realistica possa essere una trama, può anche essere frutto della fervida immaginazione dell’autore, ma nel caso di Roth è diverso.

Roth, fin dall’inizio, ha giocato sull’ambiguità fra vero e inventato, sull’eventuale origine autobiografica delle vicende narrate nei suoi romanzi - basti pensare alla successiva ’saga’ che vede protagonista Nathan Zuckerman, uno scrittore dai caratteri e dalla biografia così simili a quelli de suo creatore, che ha raggiunto il successo grazie a Carnovsky, un romanzo irriverente verso le consuetudini ebraiche.

Roth ha alimentato l’equivoco, indifferente ai commenti di chi ha voluto leggere i suoi romanzi come altrettante confessioni autobiografiche.

Giordano De Biasio, in un articolo dal titolo Philip Roth tra facts e fictions (Lingua e Letteratura n° 13, 1989) descrive il finale di Addio, Columbus, il primo di una raccolta di sei racconti che ha segnato, nel 1959 l’esordio dell’autore.

“Il protagonista, ha appena lasciato la sua ragazza. Mentre, confuso, sta uscendo dal college dove Brenda studia, Neil sorprende la propria immagine riflessa nella porta a vetri della biblioteca.
La hall è deserta, egli ha così l’impulso di mandare il cristallo in frantumi Ma poi ci ripensa, attirato da quell’apparenza di sé che forse potrebbe rivelargli perché, improvvisamente, l’amore è finito. Nel tentativo di leggere la verità su se stesso, Neil immagina di aggirare e penetrare la porta -specchio e di guardarsi mentre si guarda. L’illusione dura un attimo, poi egli mette a fuoco, sullo sfondo, uno scaffale pieno di libri malamente disposti”.


E’ come se nei suoi romanzi Roth non abbia fatto altro che, in un gioco di incastri, scrutare se stesso, attraverso l’immagine speculare dei suoi protagonisti.

Ignoro se questo continuo parlare di se stesso attraverso i propri alter ego sia una forma di nevrosi narrativa: a me, Alexander Portnoy/Philip Roth è risultato solo molto simpatico e, se pensate all’uso che fa dei calzini sporchi o del fegato crudo, molto … fantasioso!

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