Le Cento e cento e cento e cento pagine..." di D'Annunzio

Le Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire nell'approfondita analisi di Simone Piazzesi

Le Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto… rientra in quel filone di opere d’annunziane (Notturno, Le faville del maglio) che hanno nella ‘frammentarietà autobiografica’ la loro maggiore caratteristica (sarebbe troppo definirla ‘memorialistica’ data la presenza persino di semplici annotazioni di sensazioni, di pensieri e riflessioni di ogni genere, non solo memorie quindi).

D’Annunzio fa qui ricorso all’artificio letterario di un alter ego a cui affida il compito di rendere note queste sue carte, quasi per una inconscia paura di mostrarsi come autore-protagonista di questi scritti. L’impressione che ne deriva è che l’autore voglia come fuggire dalle responsabilità di una vita, la propria, che inizia ad essere valutata in modo più critico e di cui si condannano, seppur parzialmente, gli eccessi; quasi avesse vergogna di raccontarsi a viso scoperto e sentisse il bisogno di celarsi dietro la maschera di uno pseudonimo. Pseudonimo in cui sono evidenti i richiami alla sua persona: Angelo Cotes, infatti, non è altro che l’angelo dell’annunzio (Gabriele) e Cotes, il cieco, è chiaro riferimento alla ferita all’occhio destro riportata dal poeta a seguito dell’incidente aereo che lo costrinse all’immobilità e all’oscurità per molto tempo (episodio da cui nacque il Notturno).

L’opera è divisa in due parti: Via crucis, via pacis, via nubis la prima, e Del libro segreto, regimen hinc omini la seconda.

La Via crucis si presenta come una serie di fatti della vita dell’autore, dall’infanzia al tentato suicidio del ‘22, separati da intervalli temporali irregolari e accomunati dal tema della morte (o meglio, della sua ricerca, quasi fosse stata una vocazione) che fin dal primo giorno della nascita sembra essere impressa nello spirito del poeta. Si narra così della paura della punizione paterna seguita al tentativo di catturare nidi di rondini da bambino e che gli fece provare sensazioni da oltretomba; dello svenimento, avvenuto in età adolescenziale, nella cappella di un chiesa che, per la suggestione dei crocifissi, lo fece sentire vicino alla morte come Cristo durante la passione; dell’impresa aerea sul Caffaro in cui, con i suoi compagni, quasi cercò la ‘bella morte’ dell’eroe. Il tema della morte viene quindi visto come elemento caratterizzante di tutta una vita, quasi per cercare di dare un senso ai più diversi fatti vissuti che, accomunandosi in un unico elemento, assumono organicità e facilitano l’interpretazione del proprio destino.

Nella Via crucis D’Annunzio realizza in parte anche la sua idea di una autobiografia che non portò mai a termine (era stata progettata nel ‘29 col titolo Favola breve della mia vita lunga ma poi fu messa da parte).

Nella seconda parte, il vero e proprio Libro segreto, si ha invece quella polverizzazione della prosa che, e anche in alcuni casi si sviluppa in più ampi resoconti, porta a disorganici accostamenti di brevi e brevissime riflessioni, pensieri, sensazioni di cui già si diceva. Queste vengono annotate con fretta isterica per il terrore di perdere il frutto dell’intelletto, anche se minimo, nelle più impensabili situazioni: dopo aver avuto un rapporto sessuale, così come nel mezzo della notte svegliato da un sogno di particolare intensità.

Se nella prima parte del libro si poteva di tendenza autobiografica, qui invece si ha il tentativo da parte dell’autore di costruire il ritratto della propria personalità attraverso miriadi di note, ognuna delle quali porta un piccolo bagliore che, unito a tutti gli altri, aiuta a capire, ad illuminare la complessa psiche del poeta. Si cerca appunto di definire, attraverso ‘linee generali’, un ritratto. Individuare queste linee non è però operazione facile. Esse sono infatti trasversali alle note, non si presentano in una sequenza ordinata, prima una e poi l’altra, ma le stesse linee si intrecciano e si accavallano in una sorta di entralacement nascosto, l’individuazione del quale spetta al lettore.
Cercherò di esporre schematicamente alcune di queste ‘linee generali’.

- C’è una sorta di identità religiosa che affiora qua e là e che, anche se non è certo da ricondurre ad una fede determinata, evidenzia un’inquietudine interiore dell’autore che porta alla ricerca di certezze superiori. Ne è un esempio il suo ‘cenacolo delle reliquie’ in cui raduna immagine votive di ogni religione; così come l’episodio che, durante una messa da campo prima della battaglia, lo vede affermare “vorrei credere in Dio per segnarmi e pregare”; oppure il suo dichiarare che la scrittura è come un’incarnazione dell’autore, come il Verbo fattosi carne.

- Sono presenti molti contrasti della personalità che dimostrano come, anche in uno spirito forte e volitivo come quello di D’Annunzio, ci possano essere delle contraddizioni. Ne sono esempio alcuni episodi di vita come quando, prima di partire per una missione di guerra, decide di passare la notte con la sua donna affermando tuttavia che questa voglia di piacere è patetica considerando il fatto che l’indomani potrebbe essere morto; o come quando vede degli operai alla stazione che caricano un vagone di legname disprezzandoli dapprima come “miseri” ai suoi confronti, poi apprezzandone la pazienza, l’impegno e l’arte del loro mestiere; ancora, viene afferma ripetutamente di non credere al rimorso ma se ne sente ugualmente pervaso.

- D’Annunzio sente poi fortissimo il valore dell’arte, tanto da arrivare a venerarla quasi come una dea di cui si sente gran sacerdote. Infatti chiama la sua creatività artistica Despota, quasi fosse un’entità estranea che lo domina e a cui è costretto a soggiacere; si ritrova a scrivere anche quando è in volo di guerra. Quando esamina una pagina letteraria D’Annunzio lo fa con uno sguardo estremamente tecnico perché considera l’arte come il suo mestiere. Infine da ricordare che per il poeta il mondo è stato “creato per essere converso dall’arte in forme immortali”.

- Fondamentale capire la personalità d’annunziana è la ‘linea’ che potremmo definire dell’esaltazione di sé.

Il poeta infatti si definisce “vas di elezione tra barbari” e si chiede se è “una sostanza umana o una pura volontà d’arte”. Afferma di sapere “esprimere l’inesprimibile” e di “superare nello stile di scrittore tutti gli uomini che scrissero in tutti i secoli” (non solo infatti si ritiene affine a Dante ma è convinto di averlo superato in grandezza). Infine afferma: “ho sempre vissuto contro tutto e contro tutti […] esaltando me medesimo”.

- Altre ‘linee’ minori possono essere riscontrate nella sua sete di sapere, nei pensieri universali che egli fa sull’uomo e sulla storia, nella mania del collezionismo che lo spinge ad accumulare e conservare i più svariati generi di cose, nella passione per le donne amate, ammirate o solamente usate.

Per quanto riguarda la critica, non c’è un’opera che esamini esclusivamente il Libro segreto bensì alcuni interventi all’interno di pubblicazioni composite che lo prendono in cosiderazione.

Tra queste è molto interessante quella che raccoglie gli atti del convegno su D’Annunzio e il simbolismo europeo. Qui Ezio Raimondi, nel suo articolo D’Annunzio e il simbolismo, afferma che per i simbolisti la realtà e la natura sono scrigni che contengono tesori, i quali si mostrano però solo a chi sa leggerli. Questo perché su ogni cosa (che è segno esplicito di Verità) è sceso come un velo, una patina che impedisce all’osservatore di gustare il segreto nascosto dietro di essa. Questo ‘velo’ è costituito dalla cultura e dalla superficialità dell’età moderna, dall’abitudine del quotidiano che ha fatto perdere all’uomo la sua capacità conoscitiva. Questo ‘velo’, tuttavia, può essere strappato dall’arte che, attraverso l’uso del simbolo, ci ridona la conoscenza del ‘miracolo’ della natura. Sta poi all’artista fare un uso corretto del simbolo perché, come dice Carlyle, esso “svela e nasconde” e quindi, se usato inopportunamente, può portare ad un risultato opposto e rendere ancora più difficile la comprensione del significato recondito delle cose. D’Annunzio condivide questa visione della realtà ma trasfigura il simbolo in qualcosa di molto complesso: per lui il simbolo non è un oggetto o una immagine particolare, per simbolo è una vera “estetica delle sensazioni visionarie”, che si snoda per tutta l’opera come un filtro attraverso cui passano tutte le esperienze dell’autore. D’annunzio cerca la verità nell’analisi degli apparentemente insignificanti particolari visti dall’interno e non dall’esterno: “tutto mi parla, tutto è segno per me che so leggere”, affermava. Così, in una banale disposizione di oggetti, egli vede una rivelazione, come se ogni oggetto fosse una lettera di una scrittura segreta da decifrare come in un atto divinatorio. Tutto è un segno che rimanda ad altro.

L’intervento di Ferruccio Ulivi, dal titolo D’Annunzio e le arti, si sofferma invece sul rapporto tra D’Annunzio e il nascente movimento futurista. D’Annunzio è infatti attratto da questo nuovo stile pittorico per le potenzialità che nasconde. Esso rappresenterebbe le macchine e il movimento con una “compenetrazione di triangoli, una mediazione di due dimensioni, una violazione dei misteri dello spazio”. Così la rappresentazione pittorica non è più fine a se stessa ma è un motivo, come una musica, che manda sensazioni la macchina diventa un oggetto di studio astratto per meditazioni metafisiche. Ecco scoperto allora il motivo dell’interesse d’annunziano per il futurismo: esso è uno stile che trasporta anche nelle arti figurative la poetica simbolista e apre nuove via di conoscenza attraverso la distruzione dell’ordine delle immagini. Un procedimento simile era stato tentato nel campo della scrittura da Marinetti con le “parole in libertà”, il verso libero e la negazione delle leggi della grammatica e della sintassi. Ma se D’Annunzio apprezza questo stile ’simbolista’ in pittura, non è altrettanto entusiasta per la sua trasposizione in scrittura: evidentemente preferisce ancora il suo proprio stile di una “estetica delle sensazioni visionarie”.

Altra arte verso cui D’Annuzio è attratto è la musica, come infatti dimostra il contributo di Luigi Magnani, D’Annunzio, Mallarmé e la musica. Nel Libro segreto, infatti, l’autore afferma di vedere la musica racchiusa nei versi e nelle parole. Per sentirla dobbiamo non solo, come per Mallarmé, leggere mentalmente e in silenzio, ma dobbiamo scovarla proprio nelle pause, fra parola e parola, nel “silenzio che precede i suoni” e non con la ragione ma con la sensibilità dello spirito. Solo questa completa visione (o ascolto?) ci permetterà di arrivare a ciò che è il fine della poesia e dell’arte: metterci in contatto con la verità e l’anima delle cose.

Infine Giorgio Barberi Squarotti, nell’articolo Il simbolo dell’artifex, dà una spiegazione al diluvio di parole e di descrizioni di cose, anche minime e insignificanti, presenti nel Libro segreto.

Secondo il critico, l’anelito di conoscenza dell’artista è immenso e abbraccia ogni campo (letteratura, musica, arti figurative, natura) e lo si può soddisfare solo con la scrittura che, come una spugna, assorbe in sé le qualità di ogni disciplina. Ogni realizzazione artistica, ogni sensazione o realtà è ’salvata’, tolta dall’oblio della storia attraverso la scrittura che le fissa sulla pagina per sempre, le dà il giusto valore che altrimenti potrebbe andare disperso.

La quantità abnorme di scritti e annotazioni raccolte nel Libro segreto (ma non solo) diventa anche un atto di orgogliosa difesa, da parte di D’Annunzio, di quella letteratura che la società contemporanea ha svilito e a cui ha tolto valore: l’ideologia borghese lo ha fatto a favore dell’utilità, quella rivoluzionaria a favore dell’azione.


Simone Piazzesi

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