Cifra costante e paradigmatica, nel multiforme e variegato universo poetico di Tiziana Soressi, è il suo costante e continuo raccontar di
donne. E non pensi il lettore ad un nostro lapsus nel parlare di universo poetico commentando un libro di narrativa: perché se tra prosa
e poesia un confine indubbiamente esiste, esistono tuttavia autori – e Tiziana è indubbiamente tra questi – nei quali la natura poetica emerge con
irresistibile immediatezza quale che sia la forma scelta per esprimersi; autori dunque capaci di continuamente varcarlo e deformarlo, questo confine, fino
a trasfigurare le parole – quelle parole, ci ricorda perentoriamente l’autrice, il cui destino infausto è la loro assenza d’incarnazione – al punto da
rendere quasi senza senso la stessa distinzione tra poesia e prosa.
Storie di donne, dicevamo: anche quando, come nel racconto “La visita”, emerge – unico caso in tutta la raccolta – la figura di un protagonista
maschile, non possiamo non riconoscere nel suo colloquio col padre l’ombra di un’affettuosa sensibilità tutta femminile; la stessa sensibilità che
ritroviamo in Natalia, in Susanna (che se fosse stata un uomo, si sarebbe chiamata Ulisse), in Mara, in Nina, in tutte queste donne intente a
riflettere, a volte inconsciamente ma sempre dolorosamente, sui misteri dell’esistenza, della vita e della morte, dell’amore, della maternità
Maternità negata come quella di Natalia, che vive (e muore) tra ricordi e desideri, senza aver sfiorato la vita se non attraverso le esperienze altrui, e
ripetendosi ossessivamente: – La vita è lunga! –; maternità realizzata e foriera di dolorose esperienze come quelle di Mara e di Nina, perché anche i
figli muoiono e così i figli dei loro figli maternità solo desiderata, come quella dell’anonima protagonista di “Ti parlo di Michele”, che confida ad
un’amica, attraverso le righe di una lettera: “Dieci figli?” gli avevo chiesto un giorno supplichevole, guardandolo da sotto in su dritto negli occhi come si
guarda un campo di girasoli e Michele avrà sì quattro figli, ma non con lei
Sono racconti, questi, che ci parlano di Dio e del mondo e del tempo e delle stagioni; di quel Dio che è innocente come l’erba medica; di
quel tempo che non si perde, cresce sugli alberi e, quando è la sua stagione, dà anche buoni frutti. E di tante altre cose, quelle cose che sono parte
intima e inscindibile di tutti noi come dei personaggi della narrazione: Le cose morte vivono, le cose vive muoiono Le cose hanno aderenze
infinite come una scia di lumaca sopra le foglie Ci sono momenti in cui le cose ci abitano come vestiti fatti su misura Le cose vanno e vengono come
le maree
Così Tiziana Soressi ci prende per mano e ci conduce nel suo mondo, in quel silenzio chiaro delle chiese, penombre accese da luci appena
trasversali, o anche per una via di terra per arrivare al mare, terre mobili, percorsi d’argilla per camminare lontano senza rotta, senza bussola,
fiutando il vento, riempiendo di cielo i propri occhi, o ancora attraverso la linea di confine che non è più acqua e non è ancora terra.
E noi le saremo grati per la sua affettuosa compagnia, per il suo sommesso e gentile farci parte, attraverso una prosa liquida e scorrevole che a tratti si
disgrega sino a farsi poesia allo stato puro, del suo intimo sentire che non potremo non riconoscere, al fondo, anche nostro, comune ai nostri ricordi e alle
nostre sensazioni e alle nostre esperienze di donne e di uomini. Segnato, in ultima analisi, dall’indelebile marchio dell’umanità.
E neppure ci stupiremo, arrivati all’ultimo racconto, nel sorprendere l’autrice intenta ad un definitivo ed assoluto colloquio col proprio pensiero, al
quale – in un soprassalto di totale sincerità, e quasi in una sorta di testamento spirituale – giunge addirittura a dare del tu, rinunciando anche
alla maschera del personaggio e ponendosi di fronte a noi nell’estrema nudità del suo essere.
Io non morirò: sarò eterna. Proclama orgogliosamente Tiziana.
E noi le crediamo.
FLAVIO CASELLA

Lidia








