Iniziare a leggere un libro senza dare una sbirciata alla quarta di copertina è praticamente impossibile e spesso se ne ricavano notizie che condizionano la lettura. Così avviene per questo La corsa del topo, in cui apprendiamo che l’autore è un insigne docente di Diritto in diverse università italiane. Si capisce subito, infatti, che il libro tratta un argomento molto legato a tematiche giuridiche, sociali e politiche e, per tutta la durata della lettura, la figura di questo professore non ci abbandona mai, come se fossimo sempre in un’aula ad ascoltare una sua lezione. Non si può fare a meno, quindi, di pensare alla forte influenza che tutta una carriera di insegnamento può aver avuto su questo scrittore.
La corsa del topo segue le azioni di un fantomatico gruppo terroristico che insanguina l’Italia centrale con feroci attentati. I tre personaggi principali ruotano intorno a questo gruppo eversivo nella veste di chi lo combatte (il magistrato Francesco De Carolis), di chi ne rimane affascinato e ne diventa membro (il campione di scherma Matteo Distefani) e di chi fa da trait d’union fra questi due antagonisti: la bella Barbara. In realtà Francesco e Matteo si contrappongono più per necessità di ruoli di vita (il magistrato e il terrorista) che non per effettive diversità della personalità. Entrambi infatti sono, al di là delle apparenze, due persone estremamente fragili, insicure, insoddisfatte e con cariche emotive ed ideali molto simili. Barbara, la ex ragazza di Matteo, inizia una relazione con Francesco e, involontariamente, avvicina le strade dei due uomini.
Tutto questo fino al finale del libro che, sebbene costruito su un episodio alquanto inverosimile (un magistrato che svela per scrupolo sentimentale i piani di un’indagine segretissima alla propria ragazza, pur sapendo che questa è innamorata dell’indagato!), ci propone un’originale “incontro” di queste due figure dall’animo combattuto.
Come ricordato, data la “provenienza” dell’autore, è inevitabile che la figura più analizzata e approfondita sia quella del magistrato, descritto con minuzia di particolari sia nella sua attività professionale (a tratti sembra davvero di stare dentro un’aula universitaria a sentire una lezione di diritto penale), che nei suoi turbamenti interiori. Proprio a questi fa riferimento il titolo del libro: il topo che corre senza sosta un’illusoria corsa dentro una ruota per cercare di combattere il non-senso esistenziale che lo attanaglia. Allo stesso modo Francesco De Carolis si getta anima e corpo nella sua indagine per cercare di smorzare i dubbi sulla sua effettiva vocazione professionale, sui meccanismi che governano un sistema a cui ha giurato fedeltà, sulle insicurezze che lo assillano in amore. Qualcosa di simile accade anche per l’altro protagonista, che dedica tutta la sua vita allo sport, e poi all’attività terroristica, per cercare un’impossibile riscatto da un’esistenza povera di emozioni, di vere soddisfazioni e arida nei rapporti col prossimo.
Sullo sfondo di queste due vite appare uno scenario che in questi ultimi anni è diventato molto familiare al mondo occidentale: il terrorismo, l’irrazionale paura diffusa fra la gente, la voglia di riscatto delle masse sfruttate ed emarginate.
In certi passi è evidente lo “spirito del tempo” post 11 settembre: “nessuna esecuzione si svolgeva se non in presenza di un palcoscenico adeguato, e dietro ogni attentato c’era sempre una valutazione accurata della risonanza, dell’effetto comunicativo che l’operazione avrebbe prodotto nella massa. Dall’altro, l’amore per il simbolismo, per l’azione esemplare e il significato metaforico di ogni obiettivo raggiunto” (pag. 71).
Questo nuovo mondo invaso dal terrore e dalla follia omicida è però analizzato in un’ottica tutt’altro che obiettiva e imparziale. Risulta infatti chiaro fin dalle prime pagine che l’autore ha una sua ben chiara visione delle cose di stampo molto conservatore.
La vicenda narrata si occupa di un movimento terroristico italiano, ispirato più alle brigate rosse che non a Bin Laden, ma l’operazione che porta avanti Gardini è alquanto mistificatoria. Chi infatti leggesse il libro senza un’adeguata conoscenza del mondo della contestazione sociale, dei movimenti, della società civile così come si è venuto a strutturare in questi ultimi anni, arriverebbe alla seguente, categorica conclusione: i terroristi sono il braccio armato dei “no global” i quali, dietro alle belle parole di pace e giustizia sociale, nascondono un animo violento, idee intolleranti e una condotta di vita dedita alla droga, all’alcol e alla collusione con la piccola criminalità cittadina.
Ecco alcuni passi esplicativi:
1. [parlando del TPO, centro sociale bolognese] “l’intolleranza, nei centri di controcultura, è di casa” (pag. 83)
2. [vengono messe in bocca a un membro del gruppo terroristico gli slogan del movimento new global, come se la collusione fra questi due mondi diversissimi fosse la cosa più naturale] “sono anch’io convinto che sia necessario fare qualcosa di concreto per migliorare il mondo in cui viviamo: un altro mondo è possibile, e io ci credo” (pag. 95)
3. [si associa Manu Chao, cantante simbolo del movimento contro la globalizzazione neoliberista, alle idee di violenza dei terroristi] “Manu Chao mi sembra del tutto in linea con il nostro progetto” (pag. 143)
Questi sono solo tre esempi lampanti, ma sono molti gli accenni spregiativi sparsi per tutto il libro che fanno apparire il Movimento come portatore di idee sballate e pericolose per l’ordine pubblico. Dalla parte opposta si celebra, con dubbia retorica da caserma, il coraggio e l’onore delle forze dell’ordine:
1. “quegli uomini di apparato, abituati per mestiere a rischiare la vita e a lustrare ogni sera il proprio onore…” (pag. 194)
2. “nessuno si guardava intorno, tutti tenevano lo sguardo fisso in avanti. Nel linguaggio della gerarchia e dell’onore questo significa essere convinti” (pag. 195).

Lidia








