Il “pronunciamento” militare di Franco nella Spagna del 1936 contro la repubblica democratica e la conseguente guerra civile hanno causato un’immane carneficina, ma nel 1939, nella nazione distrutta e divisa, è il Generalissimo a rimanere al potere. Massacri, fucilazioni di massa, processi sommari, assalti a interi paesi sono all’ordine del giorno e con la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale ormai alle porte, ci vorranno anni e nuove vittime prima di riportare nel paese pace e stabilità. Questo periodo, insieme all’immediato dopoguerra, rivive nel romanzo di Dulce Chacón Le ragazze di Ventas (Neri Pozza, 2005, pagine 352, 16,50,), dal nome del carcere madrileno in cui vennero rinchiuse molte donne accusate di aver appoggiato la resistenza repubblicana.
La guerra civile ha lasciato una profonda inquietudine nel popolo spagnolo: a distanza di tanti anni parlarne crea imbarazzo e tensioni, dovute a ferite ancora aperte. Per qualcuno la guerra è finita nel 1939, ma per chi non ha potuto raccontare la propria storia, non è ancora terminata. Non dimenticare, ma far conoscere la versione che non sia solamente quella dei vincitori, potrebbe essere un mezzo per riconciliarsi: chi non tiene ai propri ricordi, non tiene a se stesso e la mancanza di memoria storica è una questione molto grave per un paese che vuole sapere dove sta andando, ammonisce la Chacón.
Le ragazze di Ventas, dunque, è un romanzo nato dalla necessità personale dell’autrice di conoscere quella parte della storia spagnola che, spesso censurata e passata sotto il silenzio, nessuno le aveva mai raccontato. Spinta da questo impulso, per quattro anni ha letto, si è documentata ed ha raccolto testimonianze dirette di donne che hanno vissuto quel periodo in prima persona, figure rimaste nell’ombra e dalla voce silenziosa. Sono pagine che, scevre da ogni moralismo o celebrazione, hanno come unico intento quello di rappresentare un periodo, nei suoi vari aspetti: vite drammatiche, irregolari, avventurose che, a distanza di anni, costituiscono la voce anonima di un’epoca.
Da qui la struttura del romanzo incentrata sulle vicende personaggi femminili, non tutti reali, ma basati su racconti, nomi e vicende reali, che rendono il romanzo “vero” nel suo insieme. Sono donne repubblicane che hanno paura, ma che affrontano umiliazioni, torture, persino la morte, piuttosto che tradire la causa per cui stanno lottando. Si chiamano Pepita, Hortensia, Tomasa, Reme, Soledad e Helvira e solo grazie alla solidarietà, alla capacità di sostenersi a vicenda con la condivisione dei pochi beni posseduti riescono ad affrontare il carcere con una dignità altrimenti inimmaginabile.
Figure indimenticabili, cui si affiancano le felici rappresentazioni di personaggi maschili, in grado di esprimere lo strazio e lo sbaraglio, l’astuzia e il caparbio attaccamento alla vita: un senso nuovo della propria esistenza - e della morte -, che solo la guerra può dare, dovuto alla spavalda speranza che tutto, comunque, può e deve ricominciare. Proprio come la nascita della piccola Hortensia è legata la condanna a morte della madre.
Va sottolineata anche un’evidente peculiarità della struttura narrativa, ovvero l’uso contemporaneo di tre tempi verbali: al presente, utilizzato per la maggior parte della narrazione, si aggiungono il passato remoto ed il futuro. Quest’ultimo, al termine di diversi capitoli, permette all’anonimo narratore di anticipare e di condividere con il lettore fatti di cui è a conoscenza. Non ci saranno colpi di scena, né aspettative deluse: sapremo che Elvira non morirà; che Paulino tornerà, ma non potrà sposarsi con Pepita il giorno stesso in cui farà ritorno; che Sole e Amalia non rivedranno né Jaime, né Elvira, né Mateo; che ci vorranno anni prima che Reme possa mantenere la promessa di aspettare Tomasa all’uscita del carcere di Ventas, ma la manterrà; che un giorno Pepita tornerà a Córdoba
"Le ragazze di Ventas"
Il testamento letterario di un'autrice prematuramente scomparsa, Dulce Chacón
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Pubblicato il 1 agosto 2005 in: Recensioni
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