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"Io sono Charlotte Simmons" di Tom Wolfe

Tom Wolfe, classe 1931, negli anni '60 propugnò la teoria del "New journalism", la scrittura di romanzi come reportage, oggi ci offre con il suo ultimo romanzo, "Io sono Charlotte Simmons", uno spaccato impietoso e sarcastico della vita nei college statunitensi, frutto di decine di soggiorni in svariati campus.

Il libro, Io sono Charlotte Simmons, racconta le vicende di una giovane provinciale ammessa in una prestigiosa università, descrive le incertezze e la necessità di farsi accettare in una gabbia di forsennati dediti con applicazione fanatica al culto del corpo, alcool e sesso compresi.
Ne esce un ritratto preciso dei giovani americani, eseguito con la precisione del naturalista e la vivacità del mimo acrobata.
Mi sto appassionando a questo romanzo di Tom Wolfe: l’intreccio pare coinvolgente (sono all’ inizio), accattivanti le descrizioni dei personaggi, il preambolo lascia presagire un racconto vinavil (di quelli da non staccare gli occhi).
Ma… la lettura è fastidiosamente ostacolata da un continuo turpiloquio. Reduce da Non buttiamoci giu di Nick Hornby, dove i continui riferimenti a parti anatomiche e a volgari accoppiamenti carnali erano a farla da padrone, mi chiedo: “E’ proprio indispensabile ricorrere al turpiloquio per “decorare” qualsiasi racconto?” Sono nato alla fine degli anni ‘50, (quasi ‘60!), e non mi considero un incanutito bacchettone scandalizzato da una fraseologia ormai purtroppo entrata a far parte del linguaggio comune, sia di quello parlato per strada o diffuso dalla televisione, sia di quello della carta stampata, ma possibile che per trovare un libro immune da parolacce bisogna ricorrere a Liala o alle sorelle Brontë?

Mauro

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