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Intervista a Francesco Medici

Prima parte

Francesco Medici vive e lavora a Bergamo. E’ docente di materie letterarie nella scuola secondaria, specializzato nell’insegnamento della lingua italiana agli studenti stranieri, principalmente arabofoni. Critico letterario e traduttore, è uno dei maggiori conoscitori in Italia dell’opera di Kahlil Gibran su cui ha pubblicato vari studi e di cui ha curato le traduzioni dei testi teatrali Lazzaro e il suo amore e Il cieco, oltre agli scritti inediti raccolti ne La stanza del profeta. La nuova edizione de Il Profeta, curata e tradotta da Medici per la San Paolo, presenta il testo inglese a fronte e un prezioso corredo iconografico: i dipinti (acquerelli, carboncini, tempere) realizzati dallo stesso autore per la prima edizione americana e la riproduzione di numerose pagine, fino ad ora sconosciute, del manoscritto originale.

Lidia Gualdoni - Quando e come ha “incontrato” Gibran?

Francesco Medici - Credo sia davvero impossibile per chiunque non imbattersi in Gibran.
Capita di sentire le sue massime o i suoi versi ovunque: in chiesa (nelle celebrazioni di matrimoni, battesimi, funerali, talvolta perfino in sostituzione alle omelie), in radio, in televisione, nelle canzoni di musica leggera (basti pensare a Julia dei Beatles, The Width of a Circle di David Bowie, The First Time I ever saw Your Face di Roberta Flack, e la lista potrebbe continuare…) ma anche, a un livello più impegnato, nelle opere di moderni compositori quali Howard L. Richards (Song of the Flower), Thomas Benjamin (Sing and Dance), Jean-Pierre Dantricourt (The Garden of the Prophet). Senza dimenticare citazioni, tributi o omaggi a Gibran da parte di altri autori suoi coevi ma anche odierni (tra tutti Romano Battaglia, Paulo Coelho, Mikhail Naimy, Eugene Paul Nassar). Inoltre, molti sono stati e sono i politici di tutto il mondo che hanno fatto ricorso a celebri discorsi pronunciati da Gibran: dai presidenti americani John F. Kennedy (che fu notoriamente un estimatore di Gibran) a Bill Clinton, fino ad arrivare a importanti figure diplomatiche di levatura internazionale quali il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan o Suheil Bushrui (direttore del Center for International Development and Conflict Managment, University of Maryland). In molte città del mondo vi sono poi piazze, targhe, monumenti dedicati a Gibran (in Medio Oriente ma anche negli U.S.A., in Messico…).
Le dirò anche che, un tempo da studente e oggi da docente, mi è spesso capitato di trovare epigrafi con citazioni gibraniane nell’atrio di molte scuole italiane. Come sfuggire a Gibran?
Persino l’incarto di certi celebri cioccolatini riportano alcune sue “perle”…
In realtà, gli scritti di Gibran venivano saccheggiati, travisati, ridotti in aforismi anche quando il poeta era in vita. Il “mito Gibran” era già consolidato negli anni Venti del secolo scorso e la cosa non mancò talvolta di suscitare disagio e amarezza nel poeta…

C’è qualche aspetto – sconosciuto ai più – della personalità del poeta o del suo lavoro, che ha avuto modo di conoscere attraverso i suoi studi approfonditi?

Gibran è forse l’unico poeta allo stesso tempo notissimo eppure sconosciutissimo. È interessante notare come raramente le enciclopedie riportino il suo profilo biografico, eppure poche sono le case in cui non vi sia almeno uno dei suoi volumi di poesie, racconti o parabole (Il Profeta in primis). Le stesse librerie traboccano delle molteplici traduzioni delle sue opere. Tuttavia, persino la pronuncia del suo nome costituisce un mistero per tutti. Le confesso che la cosa mi diverte alquanto: si va dalla pronuncia con la j “alla francese”, alla g dura tedesca. Gli italiani preferiscono – con oscillanti variazioni di accento tonico – una pronuncia “alla lettera”. Quella araba corretta, completa di patronimico, è invece Giubràn Halìl Giubràn.
Molti pensano erroneamente fosse originario dell’India, che sia morto in età veneranda, che fosse un monaco o un asceta dalla lunga barba bianca… In realtà fu uno straordinario uomo comune, gran fumatore, con fama di playboy, che morì a soli 48 anni di cirrosi epatica perché dedito all’alcol. Ma fu anche un individuo dotato di finezza intellettuale, sensibilità, acume, dolcezza fuori dell’ordinario. L’unico nemico di Gibran fu il Potere costituito, in ogni sua forma. Ed egli si scagliò sempre contro la corruzione della Chiesa e dello Stato. Fu poi un vero incantatore e seduttore di folle, un cittadino del mondo (come si direbbe oggi), una sintesi perfetta di Oriente e Occidente (libanese di origine, visse negli Stati Uniti praticamente per tutta la vita), ma soprattutto un ineguagliabile maestro spirituale che visse intensamente la vita e la conobbe dal di dentro – laddove si dovrebbe sempre dubitare di chi dispensa consigli ma non ha alcuna esperienza del mondo…
E poi fu un arabo innamorato (anche se non certo acriticamente…) dell’America e dei grandi valori democratici americani. Dedicò la vita all’Occidente, nonostante abbia ricevuto più volte l’invito a rivestire importanti cariche politiche nel Mondo Arabo. Amato da Theodore Roosvelt, fu però scomunicato dalla Chiesa maronita libanese. Si narra anche che sia stato vittima di attentati da parte dei Turchi poiché strenuo sostenitore dell’indipendenza araba dal giogo ottomano. Per non parlare della sua amicizia con il fondatore della psicologia analitica Gustav Jung, dell’incontro con i Premi Nobel William B. Yeats e Tagore, con la “divina” Sarah Bernhardt e la nostra Eleonora Duse…
Forse, però, ciò che è meno noto è che Gibran fu un grandissimo pittore oltre che scrittore: studiò arte a Parigi e le sue opere sono oggi custodite in alcune delle più importanti gallerie d’arte del mondo (Metropolitan di New York inclusa).
Almeno due aneddoti “curiosi” relativi alla sua vita ci sarebbero… Il primo riguarda la sua infanzia… Il piccolo Gibran, a seguito di una caduta in montagna, si fratturò una spalla. Gli fu costruito un busto molto particolare, una sorta di enorme impalcatura a forma di croce che il fanciullo dovette portare per 40 giorni. Si dice che da questo episodio abbia avuto origine il suo processo di identificazione con il Cristo. L’altro aneddoto riguarda il suo testamento. Gibran ha lasciato tutti i suoi dipinti e i diritti delle sue opere al suo paese natale Bisharri, nel nord del Libano. I suoi familiari non si diedero pace, e fecero di tutto per invalidare le volontà del poeta e assicurarsi il suo patrimonio, così si finì in tribunale: famiglia Gibran contro Bisharri. I concittadini ebbero la meglio, e oggi il caso Gibran è citato come esemplare nei libri di diritto americani. Il denaro che dall’oggi all’indomani cominciò letteralmente a piovere sul misero paesino di montagna generò in seguito scontri sanguinosi tra bande rivali, e secondo alcuni ancora oggi non sarebbe chiaro quale fine facciano le ingenti somme di cui tuttora continuano a beneficiare i compaesani dell’artista.

Quali difficoltà di traduzione presenta un testo apparentemente lineare come quello di Gibran?

Le cito due contributi dello stesso autore come commento al suo Profeta:
“Non sto tentando di scrivere poesia. Sto cercando di esprimere pensieri. Desidero che il ritmo e le parole siano quelli giusti, in modo che non prevarichino i concetti, ma che si lascino semplicemente assorbire come l’acqua nella stoffa; desidero che sia il pensiero a rimanere impresso”.
E ancora:
“L’inglese è una lingua bellissima. Non c’è nulla che non possa essere detto per mezzo di essa, ma si devono usare molte parole. Se una cosa si poteva dire in dieci parole, io ho cercato di dirla in tre. Ciò che era stato già detto, da tutti e in mille modi, ho cercato di dirlo in modo così perfetto che in seguito si sarebbe ricordato solo il mio modo. Voglio prendere una comune pietra, e scolpirvi un viso che nessuno possa dimenticare”.
Rendere, a mia volta, in italiano un tale equilibrio di qualità e quantità di parole è stata la sola vera difficoltà di questa traduzione. Spero di aver fatto un buon lavoro… Giorni fa, il maggiore gibranista del mondo, il nazareno Suheil Bushrui, titolare di una cattedra di studi gibraniani negli Stati Uniti, mi ha telefonato per ringraziarmi della copia del Profeta che gli avevo inviato, e mi ha detto che se Gibran fosse stato italiano avrebbe parlato con la mia voce. Non so se sia vero, ma è stato senz’altro il più bel complimento che abbia mai ricevuto come traduttore.

Continua…

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