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Intervista a Francesco Medici

Seconda parte

Come o in che cosa ha cercato di differenziarsi rispetto
alle traduzioni precedenti?

Il Profeta conta, soltanto in
Italia, alcune decine di traduzioni. In alcune manca la semplicità stilistica
che Gibran aveva sempre perseguito, in altre manca del tutto la comprensione dei
concetti mistico-religiosi. Le faccio un solo esempio. Nel prologo dell’opera,
il protagonista si raccoglie in solitaria preghiera: “And he closed his eyes and
prayed in the silences of his soul”. Ben pochi traduttori hanno lasciato intatto
quel plurale: “i silenzi della sua anima”. Gibran non era un semplice poeta,
altrimenti avrebbe scritto “silenzio” e non “silenzi”. I silenzi cui allude sono
quelli sperimentati da chi pratica la meditazione trascendentale. Quando
l’individuo è in pace i suoi sette chakra, i centri vitali, come li
chiamano gli indiani, diventano silenti. In Gibran nessuna parola, nessun
termine, nessuna sfumatura è frutto del caso, l’abbiamo detto prima…

È
in grado di dire come è stato accolto il messaggio di Gibran dalla cultura
araba?

La cultura araba è una cultura antica e gloriosa. È improprio
dire che Gibran sia stato accolto dalla cultura araba, piuttosto bisognerebbe
dire che da essa è nato e di essa è profondamente intriso. Non bisogna
dimenticare che il suo Libano è stato storicamente il territorio di coesistenza
e mutuo scambio tra diversi popoli, culture e religioni, dove per secoli avevano
convissuto in armonia ebrei, cristiani e arabi, cioè tutte le “genti del Libro”,
i monoteisti. Gibran, nato in una famiglia cristiana maronita, non poté non
coltivare anche lui il grande sogno di pace della sua terra, e si batté in prima
persona perché stella, croce e mezzaluna fossero unite e solidali.
Ma
Gibran, nella sua visione universale, abbracciò pure le grandi religioni
dell’India, e ciò spiega perché, oltre che di reincarnazione, i consigli di
al-Mustafà parlino di risveglio spirituale, di conciliazione dei contrari, di
superamento di qualsiasi conflitto e contraddizione per mezzo di uno sguardo
orientato verso la dimensione interiore dell’essere, verso lo spirito infinito
che è principio di unità. Nel Profeta, il sincretismo religioso
gibraniano si esprime soprattutto nella sintesi cristiano-musulmana. Il poeta si
era spesso rivolto ai suoi fratelli devoti di Allah, sia con parole di speranza
che di ammonimento, incoraggiandoli sempre a difendere i valori più alti del
loro credo, ma senza mai rinnegare il proprio: “Io sono cristiano e sono
orgoglioso di esserlo, però onoro il Profeta arabo Maometto, esalto il suo nome,
e amo la gloria dell’Islam”. In un articolo, quasi una lettera aperta ai suoi
compatrioti, scriveva: “Musulmani, accettate la mia parola, la parola di un
cristiano che ha fatto abitare in una metà del suo cuore Gesù, e nell’altra
Maometto”. Secondo un’antica tradizione, certo nota anche a Gibran, quando
Maometto entrò alla Mecca in trionfo e ordinò l’eliminazione di tutti gli idoli
che vi si veneravano, scorse un ritratto della Vergine col Bambino nella Ka’bah
e, coprendo riverentemente l’icona con il suo mantello, ordinò che tutte le
altre immagini fossero distrutte, tranne quella. Purtroppo, la demonizzazione
del mondo arabo e il crescente risentimento dei musulmani verso l’Occidente
hanno creato oggi un clima che ha fatto perdere la consapevolezza della
parentela profonda tra Cristianesimo e Islam. Ma Gibran sapeva quanto stretto
fosse il legame tra le due fedi, tanto che ai suoi occhi esse apparivano come
due ruscelli della stessa fonte, e non certo come due civiltà
incompatibili.
Gibran è una figura letteralmente venerata in tutto il Mondo
Arabo (i suoi libri spesso vengono distribuiti gratuitamente ai lettori e sono
oggetto di studio in tutti i programmi scolastici e universitari), anche nel
Magreb. Una volta mi è capitato, conversando con un semplice ambulante
marocchino, di chiedergli se conoscesse Gibran. Mi ha risposto: “Tu mi offendi.
Io non ti chiederei mai se tu conosci Dante Alighieri!”. Va detto pure che
Fayrouz, la più acclamata tra le interpreti musicali in tutto il Mondo Arabo, ha
spesso cantato interi brani di Gibran messi in musica e molti sono tra i suoi
album quelli interamente dedicati a Gibran. Cos’altro aggiungere?

height=110 hspace=4 src="http://art.supereva.it/urkalg/Gibran3bis.jpg" width=80
align=right border=0> Che cosa rende così attuale un testo concepito nel
1923?

Il Profeta è un libro senza tempo e la portata del suo
messaggio è eterna e universale. Fu un successo di vendite allora, ma lo è ancor
più oggi, che è tradotto in tutte le lingue del mondo. Mary Haskell, amica e
mecenate del poeta, fu a sua volta “profetica” in una lettera inviata al suo
protetto in occasione dell’uscita del libro: “Nelle nostre tenebre apriremo
Il Profeta per ritrovare noi stessi, e per ritrovare il cielo e la terra
dentro di noi. Le generazioni non lo esauriranno, anzi, al contrario, una
generazione dopo l’altra troverà nel libro ciò che vorrebbe essere – e più gli
uomini diverranno maturi, più sarà amato. È il libro più denso d’amore che sia
mai stato scritto. E questo perché tu sei il più grande innamorato che mai abbia
scritto. Ma tu lo sai, Kahlil, che alla fine accade la stessa cosa, sia che un
albero bruci tra le fiamme, sia che cada abbattuto nel silenzio del bosco. La
fiamma della vita che è in te si incontra con le molteplici piccole fiamme delle
tante e tante persone che ti amano. E tu stai scatenando un vero incendio! Altri
ancora ti ameranno negli anni a venire, anche molto tempo dopo che il tuo corpo
non sarà che polvere. Ti ritroveranno nel tuo libro, poiché tu sei in esso
visibilmente, come c’è visibilmente Dio”. Gli stessi temi trattati nell’opera
riguardano il genere umano tutto, a prescindere dal tempo e dal luogo
geografico, che si parli di Occidente o di Oriente. È un libro a tratti molto
duro, ma è soprattutto un canto di lode all’Uomo in quanto emanazione di Dio. Se
l’autore non l’avesse creato come un’opera di invenzione poetica, potrebbe
essere tranquillamente annoverato tra i testi sacri – e per molti lo è. E
proprio come le Sacre Scritture, Il Profeta non sarà mai dimenticato e
non passerà mai di moda.

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[Questo articolo è stato pubblicato anche su Stilos - Il quindicinale
dei libri]

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