Con La donna che non poteva essere qui (Sonzogno, 2006, pagine 360, euro 17,00), Musso conferma un talento particolare nella creazione di storie che difficilmente si possono ricondurre ad un unico genere. L’amore, per gli altri e per la vita; la morte di una persona amata, ma anche dei sentimenti e della speranza; la meraviglia per un sentimento appena sbocciato, così come per una nuova vita; il peso delle nostre azioni, il rimorso o il rimpianto che le accompagna Sono temi che le vicende dei protagonisti evocano nel lettore, facendo sì che le loro emozioni e i loro sentimenti non siano tanto diversi da quelli di tutti noi.
Lidia Gualdoni - Qualcuno ha parlato di Musso come dell’ideatore di un nuovo genere, in cui convivono storia d’amore, thriller, l’elemento sovrannaturale Lei come inquadra il suo romanzo?
Guillaume Musso - In effetti all’inizio c’è stata la volontà di creare un nuovo genere, come ha accennato, un misto di storia d’amore, giallo e di sovrannaturale. In realtà, lo scopo è quello di utilizzare il fantastico non come elemento esoterico, ma piuttosto come possibilità di spingere il lettore ad affrontare argomenti più complessi come l’amore, la morte, il senso della vita, la predestinazione
Ma si tratta allora di un semplice espediente o esprime una sua sensibilità personale verso le tematiche del sovrannaturale?
Lo scopo era quello di scrivere una storia che avesse una dimensione spirituale, non necessariamente religiosa, ma spirituale, sì. E’ una storia dove emergono interrogativi universali, che tutti ci poniamo: esiste una vita dopo la morte? Qual è la nostra destinazione dopo la morte? Le nostre vite sono predestinate? Quindi l’obiettivo non era però quello di dare delle risposte, ma di permettere una sorta di viaggio interiore che si riferisse a questi temi.
Il fantastico francese ha una tradizione che risale all’800, con Nodier, Gautier e Mérimée, solo per citarne alcuni; il suo nome però viene accostato ad autori moderni come Grangé o Lévy. Che cosa può dirci dei suoi precursori?
E’ vero che molto spesso, nella posta che ricevo dai lettori o negli articoli di giornale, ci sono riferimenti che riguardano autori recenti francesi e stranieri come Lévy o lo stesso King. La mia idea è quella di caratterizzare la mia scrittura come quella che gli americani chiamano “page turner”, cioè di costringere il lettore a proseguire pagina dopo pagina. La mia è una scommessa con il lettore: “Se inizi a leggere il libro, scommetto che non lo lascerai fino alla fine”. E questo è certo un aspetto alquanto moderno. Nel mio ambiente familiare, però - mia madre era bibliotecaria - sono cresciuto fra i libri fin da piccolo. Ho letto tutti i classici francesi, compresi quelli che ha citato, cui aggiungerei Maupassant e un autore francese degli anni ‘60, Barjavel, ad esempio. E’ chiaro che il fatto di mescolare il sovrannaturale ad una vicenda contemporanea non è una novità. Ma il tentativo è quello di riattualizzare questo tipo di letteratura.
L’inizio del romanzo, con il tempo al presente e il conto alla rovescia mi è sembrato molto “cinematografico”, quasi visto con gli occhi di un regista; anche altre scene mi è sembrato quasi di percepire la presenza della cinepresa. E’ d’accordo?
Sì, mi piace molto questa analisi. Spesso mi pongo, rispetto al mio libro, come un regista e quindi preparo la scena, utilizzo i movimenti rapidi di una cinepresa, la concatenazione delle scene e degli avvenimenti, la presentazione dei personaggi tutto ciò è simile a ciò che si vede al cinema. Il cinema però - penso per esempio a grandi film come Il sesto senso o ai classici come Hitchcock - è solo una delle mie fonti di ispirazione. Il romanzo non deve assolutamente trasformarsi in una scenografia e in un copione cinematografico. Deve rimanere un romanzo, soprattutto per quanto riguarda i personaggi, che devono mantenere una loro diversa ricchezza e complessità.
Come la protagonista del romanzo, lei si è trasferito molto giovane negli Stati Uniti, dove ha cercato di mantenersi come ha potuto. CI sono altre analogie con questo personaggio?
E’ vero, c’è una buona parte di me in Juliette, ma c’è una buona parte di me anche negli altri personaggi. Penso che i libri siano sempre in qualche modo autobiografici, anche se poi l’autore trasforma questi elementi per poter scrivere la storia che ha in mente. Per quello che mi riguarda, io provo sempre una forte empatia e vicinanza per quelli che sono i miei personaggi, non solo i principali, anche quelli i secondari. E’ vero che ho vissuto diversi mesi a New York e che ho lavorato per mantenermi: ci sono parecchi aneddoti vissuti in prima persona, in questo libro.
Lei vive ad Antibes, uno dei luoghi che io considero fra i più belli della costa francese. Ambienta però i suoi romanzi negli Stati Uniti: una scelta o una necessità?
Non scriverà mai qualcosa ambientato in Francia?
Per ora è vero che i miei due romanzi sono ambientati essenzialmente a New York. Il terzo, che uscirà presto in Francia, è invece ambientato in parte a San Francisco, in parte a Miami e, per un capitolo, a Verona. Non posso dire che non scriverò mai un libro ambientato in Francia, ma New York è stata una scelta precisa: è una città che io conosco, la città dove tutto può succedere e quindi lì sono credibili cose che altrove non lo sarebbero. E’ la città perfetta per ambientare le vicende che volevo descrivere e ciò che si può percepire in filigrana. E’ importante però che si tratti della New York del dopo 11 settembre, cioè una città che ha subito un trauma e dove gli abitanti hanno preso coscienza della fragilità della loro vita. Molti si sono concentrati su quelli che sono i veri valori e hanno fatto scelte importanti, fra ciò che è solido e fondamentale e ciò che non lo è. Qualcuno ha completamente cambiato la sua vita, si è sposato, altri si sono lasciati. Quindi il cammino interiore che è stato fatto dagli abitanti di questa città corrisponde a quello dei protagonisti dei miei due romanzi.
Nonostante tutto, però nel suo romanzo c’è il lieto fine: corrisponde alla sua visione della vita?
E’ vero che il finale è abbastanza ottimistico, ma non si tratta dell’”happy end” alla moda hollywoodiana, non è vero che le cose sono o tutte nere o tutte bianche. Dopo il mio primo romanzo ho ricevuto molte e-mail dei miei lettori che si dichiaravano scioccati dalla fine un po’ dura. In questo secondo romanzo, c’è una situazione fra le due: un finale ottimistico e aperto che non è assolutamente però il finale hollywoodiano del “tutti vissero felici e contenti”.

Lidia








