E’ nella seconda parte de Il sorriso dell’orco, che Pierre Péju delinea le vite dei due protagonisti e delle persone che saranno per loro determinanti. Max Kuntz, protagonista della Guerra d’Algeria, professore di filosofia di Paul e futuro amante di Clara, forse padre della bambina che, l’inquieta e ormai famosa fotografa gli affida, sempre in cerca di un soggetto per il suo obiettivo. Jeanne, l’infermiera solare e ottimista che cura Paul ferito durante le manifestazioni studentesche del ‘68 e che diventa sua moglie e madre dei suoi figli. Philibert Dodds, l’artista che lo incoraggia a diventare scultore, che lo ospita nel Vercors, prima, e lo aiuta poi a trasferirsi con la famiglia in una valle tranquilla e incontaminata, nel Tièvres, all’ombra del monte Aiguille, presenza potente ed enigmatica.
Paul e Clara non smetteranno di perdersi e ritrovarsi, di essere una presenza viva e dolorosa l’uno nella vita dell’altro. Entrambi, da adulti, cercheranno di venire a patti con la necessità di capire l’origine dell’orrore di cui è capace l’essere umano, con i crimini, le atrocità delle guerre, a volte persino la banalità del male e il vivere una pace greve e opaca. Una pace senza memoria.
Lo faranno attraverso la creazione artistica, in una lotta quotidiana che non darà loro scampo.
Il bilancio viene tracciato dall’ormai solo e vecchio Paul nel 2037, quando ha perso tutte le persone che ha amato e che lo hanno amato - i figli vivono lontani, Jeanne è morta di tumore, Clara è stata colpita a morte “sul terreno delle operazioni”, durante uno scontro a fuoco, da una pallottola vagante. Anche i ricordi sono una prova durissima: “Con il tempo si diventa campioni di sconfitte; e infatti anch’io mi sento abbondantemente sconfitto” [
] Con il tempo è la corrente divina che si ritira dai gesti, dalle fibre nervose e muscolari. Stranamente, però, il calo dell’entusiasmo dissipa anche l’inquietudine, e ormai, in certi pomeriggi sonnolenti, mi pare di capire che quella mia inquieta attenzione per l’enigma del mondo e degli esseri umani non sarebbe esistita senza una sorta di impulso vitale”. Attraverso i destini dei suoi personaggi, Pierre Péju, filosofo e narratore, ci accompagna in una profonda riflessione sulla vita e sulla morte, sul male e sulle conseguenza delle azioni umane, sul valore dell’arte, sull’infanzia, sulla solitudine e sulla ricerca, malgrado tutto, della felicità. L’autore mantiene, in entrambe le parti in cui è diviso il romanzo, una prosa leggera che non teme però di raccontare gli orrori più atroci. Una trama complessa che il lettore non avrà difficoltà a seguire, perché nei personaggi e nelle loro vicende ritroverà certamente anche un poco di se stesso, delle sue inquietudini più nascoste.
"Il sorriso dell'orco"
Seconda parte
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Pubblicato il 2 aprile 2006 in: Recensioni
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