Il processo iniziato a Londra lo scorso 27 febbraio vede coinvolti Dan Brown, l’autore del bestseller Il Codice da Vinci, e la casa editrice Random House, citati da Michael Baigent e Richard Leigh per aver copiato The Holy Blood and The Holy Grail (1982), tradotto in Italia col titolo Il santo Graal.
L’accusa punta il dito non solo sul fatto che la tesi di fondo del Codice è identica, ma che anche il nome del protagonista, Leigh Teabing, sarebbe un omaggio ai due autori: Leigh come il cognome di Richard, Teabing come anagramma di Baigent. Inoltre, il loro libro è elencato tra quelli presenti nella libreria del detective: nessun dubbio, dunque, sul fatto che Brown ne conoscesse i contenuti.
Nel saggio, sostengono i suoi autori, c’erano già tutte le tesi implicite nel romanzo di Brown: Gesù non sarebbe morto in croce, ma avrebbe sposato Maria Maddalena, dando inizio a una “linea del sangue” protetta dai Templari; i suoi eredi vivrebbero tuttora in Francia; le società segrete e le teorie cospiratorie.
Intanto, l’avvocato della Random House, John Baldwin, ha affermato con decisione che Dan Brown non ha copiato il tema centrale di The Holy Blood and The Holy Grail, sostenendo che le idee del Codice sono generali e per questo non c’è violazione di copyright.
I due storici pretendono parte dei diritti d’autore: i guadagni di Brown tra il giugno 2004 e giugno 2005, secondo la rivista Forbes, ammontano a 43,8 milioni di dollari. Se la prossima settimana la corte londinese riscontrerà che vi è stato plagio, potrebbe slittare l’uscita del film di Ron Howard tratto dal Codice (con Tom Hanks, Audrey Tautou e Jean Reno), prevista per il 19 maggio.

Lidia








