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Intervista a Jeffery Deaver

Più che mai puntuale, come ogni estate, Jeffery Deaver è balzato con la sua ultima uscita, La luna fredda, ai primi posti delle classifiche di vendita. E, più che mai puntuale, lo scrittore, si è presentato ai suoi affezionati lettori italiani con la professionalità che lo contraddistingue ed una cordialità che solo un'aria un poco “sinistra” e misteriosa riesce a nascondere. Nonostante sia passato del tempo, vi propongo l'intervista che ci ha dato l'opportunità di parlare non solo del suo libro, ma anche di argomenti più personali e di temi di grande attualità

Sette giorni, all’inizio di ottobre, per un programma fitto di interviste, incontri, presentazioni nelle

principali città - Milano, Napoli, Roma, Bologna, Firenze -, ed un’importante novità: per la prima volta, infatti, è salito

in cattedra all’Università Bocconi per spiegare agli studenti come nasce un bestseller. E la nascita de La luna fredda

è legata all’idea di scrivere un racconto su una sveglia che, da bambino, lo terrorizzava con il suo quadrante che sembrava

una faccia spaventosa.

Da una sveglia ad un orologio ed all’Orologiaio - una mente perversa capace di costruire meccanismi a tempo e organizzare

crimini con la stessa meticolosa precisione -, il passo è stato breve…

Lidia - Come cambia l’organizzazione del suo lavoro quando, come in questo caso, la fine lascia immaginare un seguito

della vicenda che vede protagonista l’Orologiaio?

Jeffery Deaver - In realtà il concepimento della struttura del libro non è cambiato molto. Per chi, come me, scrive

questo genere di romanzi, è più importante avere ben presente che, alla fine, ci deve essere la risoluzione del conflitto

principale. Il che non preclude la possibilità di un seguito. Ad esempio, ne Il collezionista di ossa, ho lasciato una

domanda aperta, cui è stata data una risposta più tardi, in un libro successivo.

È invece necessaria quella soddisfazione emotiva del lettore che, come dicevo, si può ottenere solo attraverso la risoluzione

del conflitto primario.

In una precedente intervista lei ha affermato che, in un certo senso, le trame si adattano alle richieste dei lettori.

Vale anche per gli elementi di attualità che ha inserito in questo romanzo, la guerra in Iraq e le conseguenze degli

attentati dell’11 settembre?

Credo sicuramente che questo sia vero, anche perché ho ricevuto reazioni molto positive. A dire il vero, ho avuto riscontri

positivi già con il mio libro precedente, La dodicesima carta, nel quale ho affrontato il tema della questione

razziale, molto sentito negli Stati Uniti. Reazioni positive che sono però legate al fatto che si tratta di un romanzo

classico “alla Deaver”, un thriller particolare dal passo molto rapido, che in più affronta problemi attuali di un certo peso

e di una certa serietà.

Non sono uno scrittore politico, e non intendo esserlo, ma rispetto gli interessi dei lettori, quindi cerco di capire che

cosa vogliono leggere, mantenendo comunque inalterato il mio stile, che è poi l’elemento che mi lega a loro.

Ha appena detto di non essere uno scrittore politico, ma vorrei farle un paio di domande che toccano alcuni aspetti legati

alla politica degli USA. Parliamo di terrorismo, visto come minaccia interna non solo nel suo romanzo: che cosa pensa della

tesi che fa risalire l’attentato alle Torri Gemelle ad un complotto tutto americano?

Non vorrei parlare molto del tema del terrorismo nel mio libro, più che altro perché ci sono molti sviluppi a sorpresa che

non vorrei svelare… Posso solo dire che ci sono sfumature psicologiche che, ad un certo punto, fanno capire qualcosa al

lettore. Per quanto riguarda invece la teoria del complotto, credo che sia priva di fondamento, un discorso da bambini. Molte

persone ci hanno pensato e ne hanno parlato, ma mancano le prove. Alla fine, penso si tratti di una teoria sfruttata da chi

ha aspirazioni di un certo tipo e che, in quella teoria, trova risposte solo alle proprie domande. Sono molto critico verso

l’amministrazione Bush, ma conosco persone che lavorano nel governo e in questo caso credo non centri nulla.

Guerra in Iraq: uno dei personaggi, dopo vari ripensamenti, decide di farvi ritorno. Anche lei è favorevole a questa

guerra?

Anche in questo caso, non vorrei svelare troppo circa la scelta di questo personaggio di tornare in Iraq. Ma, certamente, il

fatto che io abbia voluto scrivere della guerra in Iraq, come del terrorismo e di altri argomenti di attualità, in questo

romanzo, è una scelta mirata ad avere ulteriori motivi di conflitto, al suo interno, e di interesse per i lettori. Se invece

vogliamo parlarne in astratto, possiamo farlo, anche se, in questo caso, mi interessava più il concetto della guerra vissuto

dal punto di vista dell’individuo, per vederne la reazione. D’altra parte, sono solo un autore, non sono un politico: non ho

mai sposato la teoria della guerra, fin dall’inizio sono stato contrario. Non sostengo la guerra, ma ora che sono in Iraq,

sostengo le nostre truppe, i nostri ragazzi, partecipando anche ad eventi organizzati per loro. Ma se devo dire che cosa ne

penso, ecco, noi che abbiamo un nemico, lo abbiamo affrontato nel modo sbagliato. La guerra non era la soluzione giusta:

c’erano altri sistemi e, sicuramente, avremmo potuto utilizzare i finanziamenti diversamente.

Mi sembra che in questo romanzo “il tempo” non sia più visto solo come un elemento fondamentale nella corsa contro il

crimine, ma che sia oggetto di riflessioni, direi, più intimiste, esistenziali. È così? E sono forse condivise anche

dall’autore?

No, davvero! Ma la tua osservazione è molto puntuale. Un recensore del New York Time ha parlato bene del mio romanzo in una

recensione, proprio perché, come dicevi tu, esplora il tema del tempo non solo dal punto di vista della storia noir, del

thriller, ma anche in senso più lato, dal punto di vista filosofico e psicologico. Però, io che ho tutte le mie idee a

proposito, anche molto strampalate a volte, ho la tendenza a distaccarmi il più possibile da quello che scrivo. Questo

perché, quando tu leggi un mio libro, tutte le idee, i pensieri che sono nella testa dei personaggi, non sono idee mie, ma

sono quelle che possono contribuire maggiormente alla più completa e coerente rappresentazione dei personaggi stessi.

L’anno scorso mi ha parlato di un romanzo ambientato in Italia: a che punto è con la stesura?

Il libro, di fatto, è pronto, almeno come piano dell’opera. Ma, “sfortunatamente”, scrivo un libro all’anno, poi ho scritto

un’altra raccolta di racconti che dovrebbe intitolarsi qualcosa come “Spirali 2” ed ho lavorato per la televisione: il

tempo è sempre poco…

Ma lo sto scrivendo, credo ci vorrà un poco di più rispetto al solito: sarà finito in due anni e sarà ambientato in diverse

città italiane, fra le quali c’è, naturalmente, anche Milano.

E delle prossime malefatte dell’Orologiaio ci può anticipare qualche cosa?

Lasciami solo dire che mi piace quello che hai detto all’inizio: tu hai lasciato intravedere la possibilità di un seguito, io

ti lascio la suspense…

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