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"Cantico sull'oceano"

Un romanzo di Federica Leva

E’ bene pensare ai tumulti della vita,

pensare ai grandi musicisti, e, soprattutto,

risvegliare negli altri il pensiero di essi

C. Debussy

Parigi, 2000

A quell’ora, solo pochi visitatori indugiavano ancora nelle ampie sale del Louvre, scrutati dalle ali maestose dei dipinti e dall’arazzo purpureo del tramonto. Una compagnia di cinesi vociava attorno al piccolo ritratto di Monna Lisa e una coppia d’innamorati passeggiava tenendosi per mano, incurante dei tesori che ammiccavano oltre i loro sospiri. Ignorando le trame sottili del fato, che già mi seguiva ad ogni passo, mi spinsi in una zona deserta, dove il riverbero del giorno si ritraeva, ormai fievole, per lasciar posto all’incedere inesorabile della notte. Mi soffermai a leggere un’iscrizione ai piedi d’una natura morta, ma subito passai oltre, incalzato dai rintocchi d’un campanile vicino. Era quasi ora di cena, e il mio pomeriggio di spensierato vagabondaggio fra piazze storiche e musei volgeva ormai al termine. Con rincrescimento, mi rammentai di non essere a Parigi per diletto, ma per lavoro, ed era tempo che rientrassi in albergo a revisionare il progetto per cui ero stato inviato in Francia dall’impresa d’ingegneria edile che rappresentavo. Il giorno seguente avrei partecipato ad un congresso di filiali come membro italiano, ed entro sera desideravo riguardare ancora qualche grafico e ripetere una parte del mio discorso, vergato un po’ troppo frettolosamente prima della partenza. Più tardi, ne ero consapevole, non avrei avuto né tempo né spirito per farlo. Come sovente accadeva, sedotto dalla mia passione per la musica avevo accettato l’invito d’alcuni amici al Théatre Musical de Paris, e non avrei potuto riprendere in mano un saggio scientifico dopo essere stato inebriato dall’estasi d’un concerto per pianoforte ed orchestra. E tuttavia incapace, nonostante il richiamo delle campane, d’abbandonare l’affascinante sfilata dell’arte, mi ostinai a scivolare di quadro in quadro - finestre aperte su mondi lontani ed irreali - come una barca s’un fiume, sospinto da acque pigre ma impazienti. Incontrai divinità decadute, pavoni in parchi infiorati e nobili aggraziati, ed ero ancora ubriacato dalla suggestione d’ogni vita racchiusa in quelle effigi senza respiro, quando venni attratto – stregato – da un dipinto un po’ discosto dagli altri, di dimensioni modeste e tagliato in due da un corno d’ombra. Pareva aver abbandonato il gregge dei fratelli per richiamarmi a sé con tacita malia, e m’arrestai, obbediente. Non riconoscevo l’impronta prepotente del pittore e la targa era vuota; ma chiunque l’avesse cesellato aveva saputo rievocare una tale struggente bellezza negli occhi della donna ritratta da incendiarmi l’anima: non era la stretta dei rovi che la incatenava, rosea nella sua nudità, a dar luce al suo volto, ma una tristezza lucente e sublime, che sembrava riaffiorare da una lunga, tormentata sofferenza. Provai l’urgente desiderio di sfiorarla e d’impulso tesi una mano, ma prima che potessi accarezzarla una voce ruggì alle mie spalle, in rude francese: «Le piace? Era una bella donna, benché pochi lo sapessero.»

Mi voltai sussultando. «Io… Non volevo…», balbettai, e l’uomo sorrise. Non era il custode: indossava un alto cilindro nero e un cappotto di foggia desueta, e la barba folta lo faceva rassomigliare ad un filosofo del vecchio secolo. Mi s’accostò, e potei odorare il suo fiato, menta di campo mescolata ad una lieve fragranza di tabacco: «Sa chi è la donna ritratta, signore? S’intende di musica?»

«Non quanto vorrei», ammisi. «Sono un ingegnere, e non ho molto tempo da dedicare allo svago.»

L’uomo rise, una risata bassa che rimbalzò cupa fra le alte volte del soffitto, e mormorò: «Ma ha comprato un biglietto per il concerto di questa sera, vero?»

Lo guardai stupefatto, ma ancor prima che protestassi accennò con il bastone alla donna del ritratto e i suoi occhi si colmarono di tenerezza. «È Elenoire Lanter, la più virtuosa pianista parigina degli inizi del ‘900. La musica che ascolterà questa sera è sua.»

«Mi rincresce, signore, ma non la conosco. Credevo che la musica di questa sera fosse stata composta da Debussy….»

«Gli è stata attribuita impropriamente, come talora accade. Elenoire e Claude Debussy furono amici, un tempo, e lei s’appropriò a suo modo degli insegnamenti d’un grande maestro. Nondimeno, superò in ingegno persino le turbolenze che accompagnarono la decadenza del Romanticismo, e scrisse, fra le altre, una musica che non fu mai suonata… Ma lei può sentirla. Per questo ha notato il quadro.»

[…]

Quando il teatro si svuotò, al termine del concerto, l’attesi a lungo accanto al pianoforte. Nel silenzio, il mio respiro riecheggiava come un accordo di violino, lungo e vibrante, il sospiro della musica. Credetti che si fosse burlato di me e che non sarebbe venuto. Ma proprio quando, spazientito, stavo per ritornare in albergo, udii il suo passo sicuro e il picchiettio del bastone da passeggio. Congedò l’addetto alle pulizie con parole amichevoli – supposi pertanto che si conoscessero da tempo –, e risalì sul palco. Con gesti lenti e malinconici, raccolse una rosa gialla dai cespugli che adornavano la mezzaluna dell’orchestra e l’adagiò sulla coda abbassata del piano.

«Bellezza ed eleganza, sul trono dell’armonia suprema: la musica», mormorò, e sedette sulla panchetta lucente, posando le mani sui tasti d’avorio.

«Perché vuole svelare il segreto di Elenoire proprio a me?», gli domandai, appoggiandomi al pianoforte, al suo fianco. L’uomo suonò un trillo giocoso, e i suoi occhi, sormontati da fitte sopracciglia grigie, svelarono un sorriso malizioso.

«Perché si è innamorato di lei ad un solo sguardo», rispose. «Non è così, forse?»

Arrossii violentemente, indispettito per non aver saputo celare la trasparenza delle mie emozioni, ma il vecchio seguiva ad occhi chiusi uno spartito inciso nella memoria e non badava al mio turbamento. Riconobbi, nel pezzo che suonava, la ripresa del brano conclusivo del concerto, il più accorato e toccante; quando il pianoforte aveva intonato l’adagio, gli occhi mi si erano inumiditi di lacrime. Ora, però, il tocco era più rozzo e nel ritmo rotolava un sapore antiquato, greve di pensieri mai dimenticati che si rincorrevano fra gli spalti del teatro come bambini ostinati e capricciosi.

«Ha voglia d’ascoltarmi?», mi chiese, ed io sedetti ai suoi piedi, in impaziente attesa. Una domanda mi sfiorò la mente: chi è costui?, ma già la musica scorreva limpida, baciata dalle sue dita nodose eppure agili, e sopra le note, come un canto roco, la sua voce mi regalò uno squarcio della vita della grande Elenoire Lanter.

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