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"Radici di sabbia" di Federica Leva

“Nella musica vi è qualcosa in più della melodia: qualche cosa in più dell'armonia: vi è la musica!” Giuseppe Verdi

I
Nell’oscurità, il silenzio era infranto dal rincorrersi dello sciabordio della risacca. Poche lucciole - le stelle - sfocavano gli strappi nuvolosi della notte, ma l’orizzonte era screziato dai palpiti azzurrini della luna, un occhio che levitava, maculato d’argento, sopra la cresta sfrangiata d’un promontorio lontano. La notte brulicava di luccichii, il silenzio era increspato dai pensieri. Patrick discese la scalinata che portava alla spiaggia, e s’accostò al pianoforte affondato nella rena; nella lunga coda bianca si rispecchiavano gli ammiccamenti opalini del mare. Accese le candele infisse nei candelieri, e gli intagli del leggio danzarono mimando uno spartito immaginario, percorso dai campi coltivati del fraseggio, pianure e colline, e fiumi in piena ricolmi della spuma delle note. Una fiammella più bassa delle altre si contorse su se stessa e morì. Ma Patrick non le badò. Chiuse gli occhi e respirò il mare. Lei era là, la sentiva - sottopelle, nel cuore -, sentiva il suo nome stregare la notte, penetrare nella sua essenza e nel sussurro delle onde. Non s’erano dati nessun convegno, eppure era certo che l’avrebbe trovata ad aspettarlo vicino agli scogli, indefinibile e sfuggente come un grappolo di stelle. E come la prima volta che l’aveva incontrato, lei gli avrebbe chiesto, con voce che sembrava l’eco del mare: «Perché hai trascinato fin qui quel pianoforte, se non hai il coraggio di suonarlo?» Sospirò ed aprì il pugno. Un pugnale barbagliò alla luna, ma la lama era incrostata di sangue, e la notte le si serrò attorno, e per un attimo il mare divenne una palude, le mani di Patrick si riempirono di sangue, la bocca s’aprì in un urlo disperato… Quanto aveva corso nella notte cieca, trascinato dalla musica tenebrosa e sublime che tanto a lungo aveva riecheggiato nei suoi sogni? Si guardò le mani, pallide al chiarore delle stelle. Il palmo della sinistra era sfregiato da una cicatrice rosea e sottile, che talvolta, con il cambiar del tempo, gli faceva male. La sfiorò e risalì alle dita, slanciate e nervose, capaci di volteggiare sui tasti strappando al pianoforte stupefacenti gemiti di piacere, e tuttavia brutali e pericolose… Le mani di un assassino.

«Quanto devi averle odiate, Jessica!», mormorò. «Non sapevo leggere nei tuoi silenzi, ma amavi la mia musica, e altro non mi è rimasto, ormai…».
Per un momento, il drappeggio del mare sciolse le sue crespe e s’acquietò, in curiosa attesa. Con un sospiro, Patrick sedette al pianoforte ed accarezzò i tasti con tocco leggero ma sicuro, gettando al mare qualche appunto senza armonia. Poi rincorse una nota solitaria, la legò ad una gemella più gioiosa, e vecchi ricordi gli riaffiorarono alla mente, sbocciarono come fiori nella notte; e lui improvvisò, una voce divina nel canto soffuso del mare, e la notte ascoltò le memorie di quel giovane che, seduto al pianoforte aperto sulla spiaggia, nel tremulo occhieggiare delle candele, ripercorreva lo spartito invisibile della propria vita per donarlo al vento e all’oblio.

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Era notte. La porta intarsiata venne spalancata e un giovane entrò, reggendo un candelabro che scacciò bruscamente le torpide ombre della notte. S’accostò ad un muro della stanza, ed illuminò i ritratti appesi al di sopra di un filare di scranni intarsiati. Il respiro era affannato, come se avesse corso. Lentamente, passeggiò fino alla finestra, sorreggendo il candelabro sopra la testa. Le fiamme danzavano su volti chiari di uomini e donne vissuti nei secoli passati, raffigurati mentre imbracciavano vari strumenti musicali, un liuto, un’arpa, una viola da gamba. L’ultimo, un uomo incipriato e alonato da boccoli bianchi, sedeva ad un clavicembalo. E guardandolo mi parve d’udire una musica dolcissima volteggiare fuori del quadro… ma subito m’accorsi che il giovane si era avvicinato ad un pianoforte, e stava suonando. Lo ascoltai in silenzio, estasiato. Mai, in vita mia, avevo sentito una musica più bella. Ma d’improvviso il giovane s’addossò ai tasti, e si volse a fissare i ritratti con odio. Prima ancora che me ne accorgessi, afferrò un tagliacarte appoggiato su uno scrittoio e s’avventò sulle antiche effigi, e le sventrò con furia animalesca. Infine, ansimando, si fermò a contemplare il suo scempio. «Mi avevate promesso talento e gloria», gridò. «E non mi avete lasciato niente… niente!» Poi si gettò sul pianoforte, pugnalando i tasti che risposero con un gemito desolato. «Anche voi… Che siate maledetti!», urlò, e mentre li distruggeva, con ferocia inumana, rideva sguaiatamente. Fra le tenebre sfocate del sogno, vidi rivoli di sangue sgorgare dal pianoforte devastato e scivolare sulle gambe ricurve, inondando il pavimento… e quando il lamento del pugnale contro il legno e l’acciaio si placò, seppi che quel misero strumento era morto.

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Nei due mesi in cui vissi con Jessica, i fantasmi assopiti del passato tornarono ad infestarmi la mente. Non sognavo Hans: lui era la mia ossessione durante il giorno, ma di notte annegavo nel torbido delle mie angosce, e rievocavo lo schianto che aveva ucciso i miei genitori, respiravo l’odore del sangue sull’asfalto bollente, lo sentivo scorrere - viscido e caldo - sulle mie mani. Talvolta, trascinato dal sogno, passeggiavo per la casa, vaneggiando, o sedevo al pianoforte e suonavo i pezzi che mia madre aveva più amato: gli allegri vibranti di Chopin, le arie cupe e tormentate di Mozart, la frenesia di Debussy, i brani acerbi che avevo composto quand’ero ragazzo. Una notte mi svegliai mentre tempestavo sui tasti la Toccata e Fuga in re minore di Bach; fuori, un temporale estivo duettava con i passaggi più impetuosi. Sbattei le palpebre; Jessica era china su di me, un’ombra candida, diafana, nei veli leggeri della camicia da notte. Mi sfiorò il viso, e m’accorsi di piangere. Singhiozzando, nascosi il volto nelle mani, ma l’angoscia del sogno non mi abbandonò. Come una belva famelica, il passato mi torceva l’anima e snudava le zanne, accusatore: quant’era stato breve il mio lutto, mi rimproverava! L’amore di Hans aveva lenito il dolore, e l’egoismo - ebbro d’essere soddisfatto - mi aveva accecato, scacciando la sofferenza… Ah, come avevo potuto dimenticarli così? Ero un figlio ingrato, e non era la desolazione a sciogliersi in pianto, quella notte, ma la colpa e la vergogna…!
«Ah, Jessy…!», gemetti. «Mia madre e mio padre sono morti, e non li ho mai pianti. Non è mostruoso?»

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In lontananza, oltre il promontorio, il cielo era vezzeggiato dai primi lembi dell’aurora. Sbuffi rosati cavalcavano gli ultimi retaggi della notte, e il pulviscolo dorato del sole nascente fendeva la corona di nubi basse, ad oriente, annunciando il levarsi del nuovo giorno. I primi gabbiani stridevano nel cielo, sopra il pianoforte ormai muto. Le ultime candele si erano consumate, e la spiaggia era imbiancata da spartiti trascinati qua e là dal respiro del mattino. Patrick s’accostò all’orlo spumeggiante dell’oceano mare, e lasciò che l’acqua fredda gli lambisse i piedi scalzi.
Non sei venuta al convegno, Jessica, pensò, i pugni nascosti nelle tasche dei calzoni chiari, il vento fra i capelli. Eppure, l’aria è intrisa della tua fragranza… Trasse un profondo sospiro, e seguì con gli occhi uno spartito che cadeva fra le onde; poi, lentamente, si chinò e lo salvò dall’avidità della risacca. L’acqua aveva sbiadito le note, ma la musica gli scorse sotto la pelle, scotendolo con un fremito incontrollabile. Tutta la mia musica è per te, nasce e canta pensando a te…
Radunò le pagine sparse sulla sabbia, ma i passi erano pesanti, la speranza rovente. Forse, se mi attardo ancora, arriverai… Perché il tuo profumo mi inebria, se non ci sei?
In quel momento, le imposte della casetta sul mare si aprirono, e una bimbetta bionda s’affacciò, chiamandolo assonnata. «Pat…!»
La notte si era ormai dissolta, e nello strascico delle ultime ombre svanivano sogni, desideri, illusioni. Patrick lanciò al mare un ultimo, accorato appello, ma gli rispose soltanto la brezza, odorosa di salsedine. Rassegnato, si volse e s’avviò verso la casetta di vacanza, da dove Astrid usciva correndo, seguita da Julian, per abbracciarlo.

Aveva dimenticato le partiture sul leggio, e il vento le scompigliò, facendole volteggiare sopra la bianca coda rialzata. E mentre il vortice di note formava un niveo fiore trapunto di gocce d’inchiostro, un bellissimo gabbiano lanciò un grido acuto e planò elegantemente sull’acqua, un angelo candido fra gli spruzzi trasparenti, una nota solitaria sullo spartito immenso del mare.

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