L’aura che pervade il libro è un umorismo surreale che ha la matrice in Achille Campanile, ma in cui echeggia la follia Groucho Marx, le fumisterie di Alphonse Allais, il gioco con le parole degli oulipienne.
Il Mannella diverte e si diverte. Si diverte a infrangere le regole della logica investigativa, delle convenzioni sui ruoli dell’inquisitore e dell’inquisito, a sorprendere il lettore con effetti anticlimax stranianti, dove il pathos crescente appresso al delitto efferato si risolve di colpo in farsa.
La sua scrittura è atemporale, visionaria, iperbolica. Il focus del suo stile è la forma più che il contenuto, il gioco per il gioco, il sorriso senza secondi fini. Un sorriso sardonico e leggero, mai banale.
Gero Mannella (Caserta, 1961) è un informatico che scrive di jazz, progetta giochi, narra detective stories improbabili ed allestisce sceneggiature. La sua scrittura mira a traslare l’estetica del jazz, con l’improvvisazione, lo stridore, la sorpresa, il sopra le righe, nell’arte del narrare.
E’ alla sua prima pubblicazione, dopo alcune uscite in antologia ed una lunga teoria di premi letterari, che lo hanno visto tra gli altri finalista al Premio Calvino 96 e al Premio Troisi 2005.

Lidia









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