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Intervista a Francesco Medici

Abbiamo intervistato dei maggiori conoscitori in Italia dell'opera di Kahlil Gibran in occasione dell'uscita dell'ultima opera che ha curato, "Kahlil Gibran, Venti disegni" (ed. Laterza)

Lidia Gualdoni - Come è nata l’idea della struttura complessiva di Venti disegni, che è ben di più della semplice riproduzione di alcuni dipinti e della traduzione del saggio del 1917 di Alice Raphael, riproposto due anni dopo come introduzione ai Twenty Drawings?

Francesco Medici - Sebbene tutte le opere letterarie di Gibran in edizione originale siano corredate da splendide illustrazioni, Twenty Drawings, uscito a New York nel 1919 per l’editore Alfred Knopf, è il solo volume pubblicato in vita dall’autore che raccoglie esclusivamente alcune tra le sue opere figurative. Desideravo da tempo riportare alla luce quest’opera dimenticata e riproporla al pubblico di oggi sfruttando anche le moderne tecnologie: la versione italiana infatti, a differenza dell’originale americana, riproduce quasi tutti gli acquerelli a colori, per gentile concessione del Gibran National Committee (Beirut, Libano). “Twenty Drawings” rientra appieno nella bibliografia ufficiale di Gibran, ma era mia intenzione pubblicare l’opera in una versione per così dire accresciuta, come una sorta di ‘book in book’. Vi ho aggiunto infatti un mio corposo saggio sull’arte gibraniana, tratteggiando anche un’essenziale biografia del pittore e tralasciando volutamente di parlare della sua carriera letteraria: il mio intento era quello di evidenziare quanto per Gibran siano stati importanti il disegno e la pittura – forse più della poesia stessa. Preziosi in tal senso sono anche la prefazione di Edoardo Scognamiglio, teologo e gibranista, e la postfazione della scrittrice e studiosa d’arte Curzia Ferrari. Gli appassionati lettori dell’autore troveranno in appendice anche un paio di brani inediti del poeta, tradotti per la prima volta in Italia con il testo arabo originale a fronte. La collana laterziana in cui il volume è inserito, “I Volti della Cultura Araba”, si propone infatti di diffondere e promuovere la conoscenza del Mondo Arabo attraverso alcuni tra i suoi personaggi più eminenti. Il numero sul Libano non poteva che essere interamente dedicato al celeberrimo “Profeta dei Cedri”.

Può riassumere al lettore quali nuovi aspetti dell’arte nonché della personalità di Gibran può offrire questo prezioso volume?

Pochi sanno che Gibran si dedicò più alla pittura che alla poesia. Si narra che, quando era ancora un bambino, la madre gli avesse regalato per il compleanno un volume con riproduzioni delle opere di Leonardo da Vinci e Michelangelo. Le intuizioni di quei capolavori lo lasciarono folgorato ed egli desiderò sin da allora esprimersi attraverso le immagini. Durante l’infanzia e l’adolescenza in Libano, Kahlil trascorreva la maggior parte del tempo da solo a disegnare. Venticinquenne, grazie alla sua mecenate americana Mary Haskell, potè finalmente frequentare l’Académie des Beaux-Arts di Parigi come allievo di alcuni dei maggiori artisti dell’inizio del secolo scorso. Fu uno studente brillante, tanto che nel 1908 vinse la medaglia d’argento al Salon du Printemps. Tornato definitivamente negli Stati Uniti, dipinse fino alla fine dei suoi giorni realizzando centinaia di opere e tenendo alcune importanti mostre. Sembra che il suo ultimo desiderio prima di morire sia stato che qualcuno raccogliesse tutti insieme i suoi lavori, affinché la gente potesse ammirare nella sua interezza il suo operato come artista. Oggi le sue tele sono esposte nelle maggiori gallerie e musei del mondo, incluso il Metropolitan di New York, e le mostre dei suoi lavori si fanno sempre più frequenti in Medio Oriente, America ed Europa. Già la critica del tempo lo considerò un pittore di straordinario talento – il cui stile ricorda, tra gli altri, i preraffaelliti, Rodin e i grandi maestri italiani – ma restò sconcertata dalle sue “visioni”, tanto da non sapere se definirlo simbolista o romantico, visionario o classicista. Il nudo umano è praticamente il suo solo soggetto pittorico: «Spesso disegno corpi nudi perchè la vita è nuda. Se disegno una montagna come un insieme di forme umane o dipingo una cascata come corpi umani che precipitano, è perchè vedo nella montagna un insieme di cose viventi e nella cascata una precipitosa corrente di vita». Ricorrono poi i motivi del centauro, emblema del dissidio interiore dell’individuo che si dibatte tra natura umana e natura bruta, e quello dell’«Io più grande» che, secondo la mistica islamica, rappresenterebbe Dio immanente all’uomo.

Su Kahlil Gibran lei ha pubblicato numerosi studi e traduzioni e tenuto svariate conferenze. Quali sono gli stimoli che la portano ad approfondire continuamente la conoscenza di questo poeta-pittore?

Gibran non fu semplicemente un artista della penna e del pennello, ma un mistico. La scrittura e la pittura furono per lui solo veicoli per trasmettere il suo messaggio universale di pace tra le diverse fedi e culture, di critica alle istituzioni e alle leggi ingiuste. Nessuno come Gibran ha saputo celebrare la Vita e la Bellezza dell’esistenza allo stesso tempo denunciando i falsi credi, l’ipocrisia e i mali dell’uomo. L’arte era per lui «un passo dalla natura verso l’Infinito», in altre parole un esercizio spirituale e non intellettuale, un viaggio dell’anima verso il centro del proprio essere.

Gibran, come William Blake, al quale viene spesso paragonato, non è stato compreso appieno dai suoi contemporanei. Crede che, come per lo scrittore-incisore inglese, sia giunto il momento per una completa rivalutazione?

Sembra sia stato il celebre scultore parigino Auguste Rodin il primo a definire Gibran «il William Blake del ventesimo secolo». Anche Blake denunciò la corruzione della Chiesa e dello Stato e sferrò pesanti attacchi contro i dogmi e le tradizioni fossilizzate del passato. Per entrambi, l’immaginazione e la follia costituivano lo strumento gnoseologico privilegiato per accedere alla realtà divina, mentre l’illuminazione spirituale rappresentava il fine ultimo dell’arte come della vita stessa. Con Blake l’artista assume il ruolo messianico di rivelatore di verità eterne, di propugnatore della «logica del cuore», contrapposta al freddo razionalismo, per tracciare un volo diretto verso Dio. Per Blake come per Gibran l’uomo è perfettamente in grado di percepire il divino nel mondo fenomenico poiché Dio è realmente incarnato nel miracolo di tutte le cose esistenti. È un peccato che tutt’oggi la fama di Gibran sia legata quasi esclusivamente ai suoi scritti: il suo lavoro come artista si armonizza così profondamente con la sua poesia da rendere impossibile, o quantomeno assai difficile, concepire l’uno senza l’altra. Negli Stati Uniti e nel Mondo Arabo sono state istituite cattedre universitarie dedicate specificamente agli studi gibraniani. È auspicabile che un giorno anche in Europa si riscopra la sua figura straordinaria, senza confusioni con la new age…

Quale significato aveva per Gibran il successo, come pittore e come poeta?

Per Gibran avere successo significava raggiungere il cuore del maggior numero possibile di persone: «Se toccherò il cuore di un solo uomo, allora non sarò vissuto invano» diceva. Il successo di Gibran in vita fu vastissimo, ma quello postumo non accenna a diminuire. In Libano si dice che i sacri cedri, ieratici e millenari, nonostante continuino caparbiamente a crescere e a ergersi maestosi, non riusciranno mai a raggiungere il cielo. A Gibran sono invece bastati i suoi soli 48 anni di vita per toccare le stelle e conquistare l’immortalità: «Sono venuto per essere di tutti e in ogni cosa. Ciò che faccio oggi in solitudine, nei giorni a venire sarà proclamato al cospetto dei popoli. E ciò che esprimo oggi in una lingua sola, verrà ripetuto domani in molte altre lingue».

Crede che un più vasto e immediato successo come pittore avrebbe in qualche modo compromesso il futuro di Gibran come poeta, indirizzandolo verso l’arte figurativa?

Negli ultimi anni di vita, Gibran fu più volte invitato ad assumere cariche politiche prestigiose, ma le rifiutò. I suoi connazionali, pare, l’avrebbero voluto come loro governatore. Il suo studio-appartamento di New York, noto come l’«Eremo», divenne un luogo sacro, meta di veri e propri pellegrinaggi. A quest’ultima domanda vorrei pertanto rispondere citando ancora le parole dell’autore: «Non voglio essere solo un pittore di quadri o un autore di versi, voglio essere qualcosa di più».

 

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