Intervista a Federica Bosco

La simpatica autrice di "L'amore non fa per me"

Lidia Gualdoni - Innanzitutto, che cosa si sente all’uscita di un nuovo libro, dopo il successo avuto dai precedenti? Molte aspettative? Paura?

Federica Bosco - In questo libro ho creduto moltissimo,volevo che tutti quelli che hanno apprezzato Mi piaci da morire leggessero un seguito che non li deludesse; che tutti quelli che non lo avevano letto si immedesimassero in Monica e nel suo amore complicato, e che tutti quelli che non avevano apprezzato Mi piaci… (definendolo banale) si ricredessero con quest’altro romanzo. E’ una storia che ha fatto soffrire anche me che la scrivevo: ho fatto il tifo per Monica fino alla fine ed ho avuto un periodo di “lutto” dopo che lo avevo terminato.
Gli ho dato il finale che ritenevo più giusto, doloroso, ma obbligato e che ha rappresentato la trasformazione definitiva del personaggio.
Paura, i primi giorni, un sacco: “E se non vende? E se nessuno lo compra?” Per fortuna che non è andata così. Però, all’inizio, non si sa mai!

Con questo libro non volevi deludere i tuoi lettori: ma chi sono, i tuoi lettori? Ti sei fatta un’idea? Insomma, per chi scrivi?

I miei lettori hanno un’età compresa fra i 17 e i 45 anni, che è una fascia di tutto rispetto. Ho anche un seguito di gay meravigliosi, insomma un gruppo veramente eterogeneo (per farti un’idea basta che tu vada a dare un’occhiata al blog!).
Al momento molti mi stanno chiedendo di scrivere un altro seguito alla saga di Monica e mi danno anche suggerimenti! Sarebbe divertente scrivere un libro interattivo, sulla base dei desideri dei lettori.

Durante la presentazione del libro a Milano hai detto che hai troppo “materiale umano” fra le mani e sotto gli occhi per cambiare genere. Però, non credi che a volte questo sia, in un certo senso, un limite o un rischio? Non c’è qualche cosa di diverso che ti piacerebbe tentare?

Non credo che sia un limite o un rischio, credo piuttosto il contrario: un lettore si abitua ad uno stile e vuole quello. Certo pretende che lo stile non cada, ma che maturi, che l’autore abbia trovate nuove e inaspettate, ma non che cambi: sarebbe come un tradimento. Io stessa rimarrei malissimo se, ad esempio, David Sedaris scrivesse un thriller psicologico! Non è questo che voglio da lui!
Quello che mi piacerebbe provare a scrivere è un romanzo a 4 mani, con un uomo.

Immagino che, a livello di tecniche di scrittura o nella stesura della trama, il tuo lavoro come sceneggiatrice ti possa fornire diversi spunti, mi chiarisci meglio il concetto di Fatal Flow a cui fai riferimento nella prima pagina?

Il fatal flow è un concetto che mi ha letteralmente aperto gli occhi quando ho cominciato a studiare sceneggiatura. Fatal Flow significa: “difetto fatale” e la sua definizione è “l’ostinato attaccamento del personaggio a mantenere un sistema di sopravvivenza che è ormai superato e inutile”.
Quell’attaccamento che spesso ed erroneamente chiamiamo vita, ma che è soltanto uno stato vegetativo di sopravvivenza. Un momento che si ripete ogni 7 anni (il famoso riciclo cellulare), ma se ci ostiniamo a non voler cambiare lo stato delle cose, siamo destinati, anche se metaforicamente, a morire. Solitamente ogni film hollywoodiano (e perciò di successo…) comincia col mostrarci un personaggio che si trova in un momento inconsapevole di crisi - beve, si autodistrugge o è bloccato a causa di un lutto o una separazione e non sta più vivendo e vegeta -, e a questo punto sta allo sceneggiatore o allo scrittore creare tutta quella serie di ostacoli che spingeranno il protagonista a capire che è arrivato il momento di crescere e di cambiare pelle se vuole tornare a vivere.

Devo confessarti che il “biscottino” (quello sulla copertina) mi ha lasciato un retrogusto amaro: è sempre un libro molto divertente come i tuoi precedenti, ma è come se in qualche pagina ci sia un velo di consapevolezza più o meno triste. Sei d’accordo?

C’è indubbiamente una vena malinconica nel romanzo che comunque fa parte di me, è una sorta di “cronaca di una morte annunciata” che aleggia per tutte le pagine. Non è che non credo che le storie felici non esistano, è che non interessano a nessuno 200 pagine in cui tutto va bene! Siamo tutti un po’ sadici, in fondo! Purtroppo tutti siamo stati segnati da una o più storie finite male, che nonostante il tempo trascorso, fanno ancora soffrire, ed è in quelle che ci piace riconoscerci, per condividere un’esperienza, per tifare per il protagonista, per dire le cose che non abbiamo avuto il coraggio di dire o di fare quelle che non abbiamo fatto.

Vorrei approfondire un poco il carattere dei personaggi: come sono nati Edgard e la suocera?

Quando ho scritto Mi piaci da morire non avevo ancora in mente che ci sarebbe stato un seguito, ma che Edgar avesse dei problemi era già nell’aria.
La cosa peggiore che possa capitare è di crearsi delle aspettative sulla persona che ami e poi scoprire “il difetto fatale” quello che ti delude irrimediabilmente e che, nonostante i tentativi, alla fine non riesci a superare perchè va troppo oltre il tuo livello di sopportazione. Il problema ossessivo-compulsivo di cui soffre Edgar è molto più frequente di quanto si pensi e per quanto possa sembrare “comico” per chi assiste, è invece estremamente invalidante per chi lo vive e causa di forte disagio.
Monica prova a conviverci, ci prova con tutte le sue forze,ma sfido chiunque a sopportare una tale quantità di manie. Per la suocera è stato più facile: alzi la mano chi non ha avuto a che fare con una suocera “secondino”!

Parlami anche di Culross, lo sperduto paese nella Scozia dove Monica si trasferisce: ho visto che esiste davvero… E poi, la parlata di Mr Angus, come te la sei inventata?!

Culross è un minuscolo borgo che fa parte del Fife, un’area compresa fra due fiumi il Forth e il Tay a Est della Scozia. E’ il tipico posto da “Highlander” un paesaggio bellissimo, ma tormentato, isolato, freddo,ostile, niente di meglio per la convivenza di una coppia che si conosce poco e che ha quasi 20 anni di differenza… Mia madre c’è stata, io l’ho visto con Google Earth, è così che ho studiato il percorso. Potenza della tecnologia! Mr Angus parla quasi sempre gaelico che è incomprensibile ai più, nessuno lo capisce, tanto meno Monica, quindi quando si sforza di parlare inglese ha un accento forte, come un sardo che parla italiano o un friulano. E in più ha un difetto di pronuncia tipo dentiera incollata male: ho tolto le vocali e accorciato le parole ed è venuto fuori una specie di codice fiscale.

Tu stessa hai parlato di finale doloroso, che può però essere letto come una sorta di “via d’uscita” per la protagonista. Vuoi spendere qualche parola per chi, invece, pur immedesimandosi in Monica - e quindi con tanto di marito affetto da turbe psichiche e di suocera invadente al seguito - non può uscire facilmente da una relazione di questo genere? Consigli la soluzione “Sandra” anche a loro?

La soluzione “Sandra”, l’amica di Monica (ma non anticipiamo nulla) se la meriterebbero in tanti, ma non si può fare!
In realtà noi donne siamo geneticamente predisposte a sopportare un dolore enorme - pensiamo al parto o al distacco da un figlio -, siamo madri prima di tutto e, come tali abbiamo una tolleranza e una pazienza che supera ogni limite. Per questo, spesso, non ci arrendiamo anche quando ci rendiamo conto che la situazione è insostenibile: perchè facciamo le madri e non le compagne. Cerchiamo delle giustificazioni, ci convinciamo che il nostro amore basterà a salvare la storia, a farlo cambiare; ci spingiamo sempre oltre il punto di non ritorno dal quale usciamo spossate e a pezzi. Fingiamo di non vedere, ci lasciamo umiliare, ci accontentiamo delle briciole, perdoniamo all’infinito. Purtroppo non è così facile uscirne, soprattutto se si è state convinte di non meritare niente di più.
Bisogna farsi aiutare da uno specialista qualcuno che ci aiuti a ritrovare la forza e la dignità calpestata, lo dobbiamo a noi stesse, ed eventualmente ai nostri figli che hanno bisogno di sostegno e protezione. Le donne hanno una capacità di sopravvivenza incredibile, si “ristrutturano” e ricominciano a lottare senza sosta, è che a volte crediamo di morire se perdiamo l’uomo che amiamo, ma in realtà sappiamo bene che non è così.
E’ fondamentale avere un minimo di indipendenza economica, questo permette di non essere ricattabili, e di fare scelte autonome.

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