Intervista a Sara Gruen

Sara Gruen, autrice anche del best seller "Riding Lessons", è un'animalista convinta. Per scrivere Acqua agli elefanti si è attentamente documentata sui circhi itineranti degli anni...

Lidia Gualdoni - Nella “Nota dell’autrice” lei spiega che l’idea di questo romanzo le è venuta in modo inaspettato grazie alle fotografie che accompagnavano un articolo dedicato a Edward J. Kelty, un fotografo che negli anni Venti e Trenta aveva seguito alcuni circhi itineranti per tutta l’America. Che cosa, in particolare, ha suscitato questa passione?

Sara Gruen - È stata proprio una vecchia fotografia del circo in cui mi sono imbattuta nella rivista e che mi ha enormemente affascinata. Questa è una delle ragioni per cui era così importante per me che venissero inserite le fotografie nello stesso libro (presenti solo nell’edizione americana n.d.r.). Scrivo di cose così incredibili che è fantastico avere le immagini a sostegno delle mie affermazioni!

Una parte della storia si riferisce al presente di Jacob, l’altra al passato. È stata una scelta precisa per mantenere l’attenzione del lettore più viva possibile?

È stata davvero una scelta organica. Quando mi sono messa a scrivere, è risultato che avevo un vecchio nella mia testa che voleva parlare, così l’ho lasciato fare. Credo che strutturalmente sia stata una buona scelta, perché la vicenda che si svolge nel 1931 prende slancio molto velocemente ed i segmenti narrativi ambientati nel presente mi hanno permesso di fare un passo indietro e di rallentare le cose.

Il circo può essere considerato un mondo a parte, con i suoi specifici gruppi sociali, poteri e regole, oppure può diventare un’allegoria della “Vita”?

Credo sia entrambe le cose. Di certo il circo opera sotto leggi che sono sue proprie, ma penso fosse anche un microcosmo del mondo più vasto. Ci trovi tutti gli elementi di una società più in generale: amore, gelosia, rabbia, compassione, strutture socialmente imposte…

C’è un’affinità fra Rosie e Marlena, l’elefante e il principale personaggio femminile, testimoniata anche dall’ambiguità del primo capitolo. Ci può dire di più, se è d’accordo con questa analisi?

Sono completamente d’accordo. Nella mia mente, Rosie è il grande amore di Jacob tanto quanto lo è Marlena. Spesso io descrivo il libro come una storia d’amore fra un uomo, una donna e un elefante.

Mi interessa un aspetto pratico della sua scrittura: come ha inserito i dettagli di vita vissuta, frutto delle sue approfondite ricerche, nella parte romanzata?

Anche in questo caso, è successo in modo organico. Quando ho cominciato a leggere le mie fonti, ho preso nota di alcuni dei dettagli storicamente più eccessivi, gravi. Quando ho cominciato a scrivere, ho capito che, man mano che proseguivo, avrei potuto inserire nella narrazione alcuni di essi, e così ho fatto. Ho solo dovuto intrecciarli nel tessuto della trama immaginaria.

Nel corso della lettura ho potuto “vedere” alcune scene quasi fossero di un film – mi riferisco ad esempio alla corsa sul tetto del treno in movimento o all’incidente con gli animali descritto nelle pagine iniziali. Succede anche a lei durante la scrittura?

Questo è proprio il modo in cui le mie storie mi si svelano. Mentre sto lavorando, mi allontano dal mondo reale per entrare nel mondo della finzione e vedo le scene proiettate davanti a me come film. La mia sensazione è di registrare ciò che vedo piuttosto che di crearlo.

Che cosa ne è stato del romanzo che ha abbandonato nel 2003 per tuffarsi nel mondo dei circhi itineranti?

Dovevano essere tre storie di ossessione intrecciate fra loro e ambientate alle Hawaii. Quando sarà il momento giusto ritornerò a lavorarci.

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