Ho conosciuto Nedo Fiano, prima che di persona, attraverso il suo libro.
Certo, la sua testimonianza diretta e sentita ha saputo creare momenti di estrema commozione in una sala silenziosa e attonita, che la lettura non è in grado sempre di riprodurre, ma la storia che ha ripercorso è la stessa.
È la storia – fatta di sentimenti, di impressioni, di incontri, di incubi e di speranza, di separazioni, di morte, ma anche di solidarietà e di teneri affetti familiari – narrata attraverso gli occhi di un diciottenne, e filtrata dall’uomo adulto che è diventato, che ebbe la sola sventura (che le circostanze hanno reso tale la sua condizione) di essere ebreo durante il tempo della persecuzione nazista.
È la storia di chi è stato perseguitato, prima, incarcerato, poi, e infine deportato nel campo di concentramento dove ha visto morire, fra le migliaia di persone che giornalmente venivano gassate e bruciate, anche mamma e papà.
È la storia di un uomo che ha deciso di condividere e raccontare la sua vicenda, nonostante, ogni volta, questo narrare lucido e nello stesso tempo commosso, rinnovi un dolore nuovo e antico insieme.
È una storia che non può e non deve essere dimenticata.
“Conoscere e ricordare”: è questa la missione che ci viene consegnata da Nedo Fiano.
Dimenticare vorrebbe dire mettere a tacere la nostra coscienza.
Dimenticare sarebbe un atto di viltà e di debolezza nei confronti dei milioni di vittime pianificate dal regime nazista.
Dimenticare sarebbe un atto di cecità verso eventi simili che ogni giorno accadono in molte parti del mondo.
Dimenticare vorrebbe dire offrire un alibi a chi è arrivato a negare l’Olocausto, a chi sta minacciando di voler riprendere il folle progetto di cancellare gli ebrei dalla faccia della terra.
Dimenticare sarebbe rinunciare alla nostra MEMORIA.
Nedo Fiano ama le citazioni e le massime tratte da pensatori di ogni tempo, non a caso il suo ultimo libro, Il tesoro di Nedo, raccoglie proprio citazioni e aforismi incontrati nell’arco di una vita.
Mi permetto allora di terminare – anch’io con una citazione, anche se credo di averla già usata altrove – questo intervento.
So che non sarà condivisa soprattutto da coloro che considerano la lettura uno svago e un passatempo piacevole, ma io sono convinta che, a lungo andare, ricalchi la realtà.
Scrive Kafka in una lettera ad un amico, che “i libri di cui abbiamo bisogno del tipo che agiscono su di noi come una disgrazia, che ci fanno soffrire come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, che ci fanno sembrare sul punto di suicidarci, o perduti in una foresta lontana da ogni consorzio umano – un libro dovrebbe servire come un’accetta per rompere il mare gelato che è dentro di noi”.
Ora, pensate a quali libri vi hanno veramente lasciato qualche cosa, a quelli i cui personaggi non siano svaniti non appena avete voltato l’ultima pagina, a quelli che ricordate a distanza di anni
E poi riflettete se non vi hanno “soffrire” almeno un po’.
Se è stato necessario istituire un Giorno della Memoria, significa necessariamente che l’uomo è incline a dimenticare, a lasciare che dentro di sé si depositi uno strato di ghiaccio – lo stesso di cui, immagino, scrive Kafka.
Testimonianze come quella di Nedo Fiano diventano allora indispensabili perché questo “mare gelato”si sciolga ed apra la via di un cambiamento, verso un’empatia solidale e per una Storia che sia davvero “maestra di vita”.
Pfarrerblock 25487, Un prete a Dachau, 1941-1942
Nedo Fiano
Monti Editore
pagine 240, 17,50

Lidia








