L’espressione “tempo libero” mi porta, indirettamente, al confronto ed alla contrapposizione con il “tempo occupato”.
Nel corso della storia umana, per millenni, il lavoro ha coinciso con la vita, il cui trascorrere non era scisso in tempi separati: ogni attività, compreso il lavoro svolto per altri, riempiva l’esistenza. La separazione fra le parti della giornata rientrava nell’alternarsi naturale di attività e di riposo e seguiva l’alternarsi stesso del giorno e della notte: non esisteva “tempo libero” se non come quel tempo da dedicare alla necessaria ripresa delle proprie forze.
Oggi, almeno nelle cosiddette società avanzate, questo ritmo sarebbe impensabile, ed anzi, visto che, rispetto al passato, l’innovazione tecnologica dovrebbe creare quantità crescenti di tempo libero, non si capisce come mai la percezione più diffusa sia che il tempo non è mai abbastanza. E di quel poco che abbiamo, dobbiamo decidere cosa farne (qualcuno lo “trascorre”, altri lo “passano”, certi, infine lo “ammazzano”
).
L’imperante consumismo ha rivalutato il tempo libero, ma solo per riempirlo gradualmente di cose, di consumi e di attività. Insomma, pretendendo di riempire il tempo libero, spesso lo si svuota di ogni contenuto.
Infatti, visto che la nostra società si basa sulla ricerca del piacere “qui e subito” (anche se spesso da un punto di vista strettamente pubblicitario il piacere viene fatto coincidere con la felicità), le facili soluzioni proposte per il nostro tempo libero si trasformano spesso in “dis-piaceri”.
Pensiamo alle infinite delusioni dei week-end conclusi fra lente, chilometriche code in autostrada o ai viaggi organizzati per “non visitare” il mondo: ci vengono offerte tutte le esperienze possibili e immaginabili, durante le quali gli amanti del tempo libero svolgono attività che si distinguono dal lavoro solo perché sono state scelte (o, a volte, insistentemente imposte) e perché, per svolgerle, non si percepisce denaro, ma si paga!
E che dire delle visite a monumenti storici, a siti archeologici o naturalistici?
La tendenza a valutare superficialmente le “cose”, ha spesso portato ad un vero e proprio saccheggio di questi luoghi, la cui conseguenza è la lenta distruzione di interi capolavori: i loro frammenti, divenuti insignificanti souvenir, fanno bella mostra di sé sulle mensole di casa, quando non giacciono abbandonati sul fondo di valige e cassetti.
Anche i ricordi veri e profondi, le emozioni che un paesaggio o un incontro hanno suscitato, vengono registrati meccanicamente su memorie virtuali per essere poi archiviati e subito dimenticati appena varcata la soglia di casa.
È per questo che la fine di un momento trascorso “in vacanza” è spesso sentita non come inizio di una vita più ricca, per gli incontri avuti e per le esperienze fatte, ma come l’anelato ritorno alla normalità, a conferma del fatto che il proprio angolo di mondo, dopotutto, sia il migliore ed il più comodo!
Trovare una soluzione, oggi, risulta estremamente arduo: forse dovremmo ritornare alla concezione di otium cara agli antichi greci e romani, secondo i quali l’ozio coincideva con la pratica di attività di alto valore. Anche per noi, l’ozio potrebbe allora diventare il tempo della conoscenza senza interesse; il tempo in cui possiamo essere noi stessi, in cui non siamo obbligati a svolgere attività produttive, in cui non dobbiamo giustificare alcunché a nessuno
Il tempo da dedicare al recupero del corpo e delle mani; al recupero della natura, delle diversità e del passato; al piacere dello stare e del fare insieme.
E per chi ne avesse un po’ da dedicare ad una delle attività umanamente più redditizie, ovvero alla lettura, consiglio un libro che, in parte, ha suscitato queste riflessioni: Il piacere della vita, di Manfred Lûtz (San Paolo).

Lidia








