Il genere thriller, nelle sfumature del giallo e del noir, che da tempo ormai supera le altre pubblicazioni per numero sia di copie vendute, sia di titoli usciti sul mercato, dimostra di avere una spiccata propensione al rinnovamento: ogni volta che sembra attraversare un momento di crisi d’inventiva o di ispirazione, ogni volta che le trame cominciano tutte ad assomigliarsi e così pure i personaggi tanto che sembra impossibile inventare qualche cosa di nuovo e di deverso, ecco che spunta uno scrittore che sembra ancora capace di sorprendere, per l’originalità dell’intreccio o dei personaggi.
Pensiamo ad esempio a Patricia Cornwell, ed alla sua Kay Scarpetta, a Jeffery Deaver, e al suo investigatore prigioniero in un corpo quasi completamente immobile o, infine, a Thomas Harris e il suo psichiatra cannibale Hannibal Lecter.
Proprio a quest’ultimo è stato accostato il romanzo che segna l’esordio, almeno in questo genere, di Chelsea Cain, americana di Portland, dal titolo La ragazza dei corpi (Sonzogno, 2008, pagine 341, 18,00).
In realtà, qualsiasi analogia finisce lì dove comincia, ovvero nella descrizione del rapporto di dipendenza e di attrazione che si è creato fra carnefice e vittima, fra la spietata e bellissima Gretchen Lowell, sadica serial killer ora rinchiusa in un carcere di massima sicurezza, e Archie Sheridan, il detective che Grerchen, dopo una caccia durata dieci lunghi anni, ha rapito e tenuto segregato, infliggendogli le torture più efferate, ma risparmiandogli incredibilmente la vita prima di consegnarsi alla giustizia.
Ora Achie vive ossessionato dal passato, abbandonato dalla famiglia, drogato di farmaci e consapevole che Gretchen lo sta ancora torturando, costringendolo a farle visita ogni domenica in carcere per avere in cambio i nomi delle sue numerosissime vittime e dei luoghi dove sono stati occultati i loro resti.
È altrettanto facile, però, trovare elementi di originalità: nonostante si muova su un terreno più che battuto, la Cain dimostra di avere il controllo della psicologia dei personaggi, della suspense e della trama, che pure non si presenta lineare. Infatti, alle pagine dedicate alle indagini, condotte da una speciale task force attivata in seguito alla presenza, a Portland, di un serial killer che ha già strangolato e violentato tre liceali di scuole diverse, si alterna la rievocazione morbosa delle torture che Archie ha dovuto subire e che gli hanno lasciato cicatrici profonde nella carne e nell’animo. Sempre in bilico - l’apparente scelta è fra un lento suicidio da farmaci e la deriva verso una lucida follia -, Sheridan fatica a ritrovare il suo ruolo nella società, non solo per un senso di inadeguatezza verso il suo mestiere, o verso la famiglia, la donna che ha amato, ma soprattutto verso l’esistenza stessa.
Forse a salvarlo potrebbe il suo “istinto di caccia” e la capacità di superare, una volta per tutte, le conseguenze dei suoi drammi e delle sue sofferenze personali.
Ma per saperlo, dovremo forse attendere i prossimi capitoli di quella che si profila come una lunga e interessante partita giocata a distanza.

Lidia








