Lidia Gualdoni - Sei diventata mamma di una bellissima bambina, com’è cambiato, se è cambiato, il tuo modo di scrivere e di concepire il tuo lavoro, quello che scrivi, dopo la sua nascita?
Lucia Tilde Ingrosso - C’è stato un tempismo perfetto: in gravidanza ho rivisto A nozze col delitto, riscrivendo e aggiungendo molte parti, ma non creando nulla di nuovo in toto. Si vede che la maggior parte della creatività era assorbita dal bebè in arrivo. Dopo, ho ritrovato la “vena”, riprendendo a scrivere i miei gialli (ho appena completato la nuova avventura di Rizzo). L’arrivo di Stella, mi ha “obbligato” a concentrare la scrittura a notte fonda, quando lei dorme. E a confrontarmi con temi più importanti. Chissà che in futuro anche il mio poliziotto non metta su famiglia…
- Puoi parlarmi dei tuoi romanzi, della tua scrittura, dei personaggi - come nascono, come prendono forma…
- Le mie storie nascono da una suggestione: un’immagine, uno sguardo in metropolitana, una notizia di cronaca. Da lì costruisco un ingranaggio giallo, che è il “cuore” di un thriller. Comincio a scrivere già sapendo chi è il morto e chi il colpevole. Per il resto, non ho una scaletta rigorosa da seguire, preferisco seguire - e assecondare - l’ispirazione. Così è più divertente anche per me. Ambiento le mie storie a Milano, città già scelta da giganti come Scerbanenco e Olivieri, perfetta per storie gialle. I miei personaggi sono ispirati a personaggi reali, ma non nella loro complessità. Da persone vere prendo tratti, atteggiamenti, tic… La cosa più difficile è creare linguaggi diversificati per ognuno di loro. Il rischio, infatti, è che tutti parlino con la voce dell’autore. Perciò io ascolto molto le persone, in strada, sui mezzi pubblici, nei negozi…
- Nel tuo primo romanzo, a pagina 112, si legge che Sebastiano Rizzo, l’ispettore che è poi diventato un personaggio seriale, protagonista delle indagini, aveva conquistato le prime pagine dei giornali occupandosi di un omicidio della Milano bene. Quindi, a differenza di molti tuoi colleghi, tu stai andando a ritroso nel tempo. Quando hai cominciato a scrivere avevi già in mente l’impianto generale delle due vicende?
- A nozze col delitto nella sua prima versione, è stato pensato una decina di anni fa. Pur avendo sfiorato più di una volta la pubblicazione, non ero riuscita a trovare un editore. Così, anziché scoraggiarmi (o meglio, dopo essermi fatta passare lo sconforto), ho scritto un nuovo romanzo, La morte fa notizia. Questo nuovo romanzo (sempre un giallo milanese con l’ispettore Rizzo) era quindi successivo in tutti i sensi. Fiduciosa sul fatto che avrebbe trovato la via della pubblicazione anche il primo romanzo, ho fatto questo accenno.
- Anche in questo secondo romanzo, però, lasci aperta una porta verso una nuova vicenda: si tratta dei dubbi sull’incidente d’auto che ha provocato la morte della madre della vittima, Vittorio, avvenuta in circostanze poco chiare in Costa Azzurra…
- Sì, infatti. L’obiettivo è proprio quello di creare curiosità e affezione. In uno dei prossimi romanzi anche questo mistero sarà chiarito. Così come si scoprirà chi ha ucciso il padre di Rizzo (poliziotto morto in servizio, quando il figlio era adolescente). E anche che fine ha fatto Violetta, la sua ex fidanzata mai dimenticata.
- Per l’ambientazione - Milano - , ma anche per tipologia di personaggi, e soprattutto per metodi investigativi, i tuoi romanzi sono “molto italiani”. Credi possa essere valida questa definizione, pur nella sua semplicità?
- Ambiento le mie storie a Milano, la città in cui vivo e che conosco. Racconto gli esponenti dei “quartieri alti”, perché mi piace pensare che i miei lettori possano sognare leggendo di belle case, auto veloci, abiti alla moda. Strutturo le mie storie come gialli classici, con tutti gli elementi del genere (omicidio, sospettati, alibi, investigatore, colpo di scena…). E poi ci metto un pizzico di romanticismo. Questa è la mia “ricetta”…
- A volte, si dice che la realtà supera la fantasia. A volte, invece, si può dire che la fantasia ricalca, se non addirittura precede la realtà. Sto pensando agli omicidi di Garlasco o di Perugia, così simili - se vogliamo, per certi particolari - anche al tuo ultimo romanzo. Solo che quelli sono ancora irrisolti o comunque senza un colpevole certo. Da “esperta”, ti sei fatta un’idea su questi delitti?
- Nei miei romanzi parlo anche dell’impatto mediatico che hanno alcuni delitti. Infatti non dimentichiamo che le pressioni di giornalisti e opinione pubblica sono importanti (di solito in negativo) nell’eventuale risoluzione di un giallo. Il problema è che si parla solo di delitti con certe caratteristiche (vittime e sospettati giovani e attraenti, modalità efferate, contesti patinati…). E di altri, invece, non si interessa nessuno. Nella vita, il colpevole di solito è quello più ovvio. Il fidanzato, nel caso di Garlasco. Anche se ci cono colpi di scena degni del miglior giallista. In questo stesso caso, citerei l’eventuale telefonata di Chiara alla maga della tivù privata. Il problema grosso in omicidi compiuti in casa è che le impronte del fidanzato/marito/familiare sono per forza presenti fra le quattro mura. Ma questo non prova nulla.

Lidia








