La letteratura fantastica fa parte di un genere storicamente ben identificato e operante soprattutto nell’Ottocento. Nel corso degli anni sono state formulate varie definizioni che hanno posto l’accento ora su uno, ora su un altro, dei suoi tanti aspetti: da Castex che ha definito il fantastico come “caratterizzato da un’intrusione brutale del mistero nella vita reale” e legato a “stati morbosi della coscienza che, nei fenomeni di incubo o di delirio, proietta davanti a sé l’immagini delle sue angosce o dei suoi terrori”, a Callosi che ha indicato il fantastico come “rottura dell’ordine riconosciuto, irruzione dell’inammissibile all’interno dell’inalterata realtà quotidiana”, al fantastico di Maupassant che si nutre di mistero, di tutto ciò che la scienza non è ancora riuscita a spiegare…
Quel che è certo è che fin dal suo apparire, il racconto fantastico ha utilizzato strutture e procedimenti particolari: il narratore racconta l’avvenimento accaduto ad un uditorio, creando una sorta di cornice al racconto; la narrazione procede in prima o in terza persona a seconda che il narratore si presenti come testimone di un avvenimento di cui garantisce la veridicità, o che lo stesso protagonista sia direttamente coinvolto in un evento che provoca modificazioni nel suo animo e nel suo mondo. Naturalmente, perché sia credibile, la narrazione necessita di grande abilità da parte del suo autore: egli deve condurre lentamente il protagonista ed il lettore verso il fenomeno, insinuando la possibilità di spiegazioni razionali o irrazionali ed alternando distacco, credulità e scetticismo.
La letteratura, però, non ha fatto altro che dare una forma ufficiale ad elementi che facevano già parte di un vasto patrimonio leggendario, soprattutto celtico, di quella “mitologia delle origini dove tutto parla ancora alla fantasia ed all’immaginazione”. Pensiamo ad esempio ai drows di Thule e degli elfi o folletti domestici della Scozia, spiritelli maliziosi e birichini, qualche volta dispettosi e caparbi, spesso dolci e servizievoli, o al Leprechaun, il folletto irlandese (diventato ai nostri giorni, insieme alle pecore ed ai trifogli, il simbolo stesso dell’Irlanda), sensibile ai regali ed all’adulazione, ma anche permaloso e vendicativo se viene contrariato o quando ritenga di aver ricevuto un torto o un’offesa.
Il fantastico non ha smesso di affascinare anche il lettore moderno e – confessiamolo pure - di entrare nella sua vita: a chi non è mai capitato di non trovare più qualche cosa pur ricordando esattamente di averla riposta in un luogo ben preciso? A nulla vale ogni tentativo di ostinata ricerca: l’oggetto in questione riappare quasi magicamente quando meno ce lo aspettiamo. Oppure, come interpretare o spigare certi casi fortuiti del destino, completamente al di fuori di ogni nostro controllo?
Che il fantastico sia dentro di noi, o al di fuori, poco importa. Se ve ne parlo, dopo questo ampio preambolo, è perché il mio amico Patrizio Pacioni, già autore di romanzi e racconti di ogni genere, nonché di recensioni e di commedie, ha da poco pubblicato la seconda avventura del suo commissario Cardona, detto il Leone, ambientata in Irlanda: Malinconico Leprechaun.
Lì, infatti, è stato spedito per partecipare ad un corso inter-europeo organizzato presso la polizia di Templemore, contea di Tipperary, dal titolo molto significativo “Prevenzione e repressione della criminalità attraverso i sistemi di video-controllo”.
Sono ormai passati circa due anni e mezzo, quando il commissario, in compagnia dell’immancabile Gaetano Gargiulo, agente della Polizia di Stato, fa ritorno nei luoghi che lo hanno visto protagonista di una strana avventura che con il fantastico ha molto a che fare: un omicidio avvenuto quasi sotto i suoi occhi, in un parco, lo ha spinto sulle tracce dell’assassino. Ma prima di decidere se consegnarlo o meno alle autorità, Cardona ha dovuto ascoltare tutta la sua storia: una delle più strane confessioni che il commissario abbia mai sentito. Una confessione che contiene anche una condanna che non ammette ripensamenti.
Mi piace definire “ardito” il tentativo di Patrizio Pacioni perché non solo ha voluto costruire una storia dove l’ambiguità caratterizza fin dall’inizio le percezioni del suo investigatore, ma ha anche introdotto l’elemento fantastico. Consegna al lettore – alla sua fantasia ed alla sua sensibilità - il compito di dare un definitiva interpretazione dei fatti accaduti, decidendo di oltrepassare o meno il sottile confine che divide il razionale dall’irrazionale, la vita dalla morte, la saggezza dalla pazzia, per arrivare in quel luogo dove un folletto verde, amorevole o dispettoso, può cambiare per sempre la nostra vita.
Patrizio Pacioni
Malinconico Leprechaun
Sampognaro&Pupi Editori Associati
Pag. 102, 10,00

Lidia









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