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"Confessioni di una mamma pericolosa"

Pedagogia spericolata per bambini da zero a tre anni (Fazi Editore)

Chi non ha mai avuto figli non lo sa. Può solo immaginare quanta forza arrivano succhiarti questi esserini che sembrano venuti al mondo per insegnarti la pazienza, costringendoti quasi a dimenticare che esisti.
Qualcuno che deve saperla lunga ha detto che “grattano la tua facciata migliore, ti scartavetrano, ti lasciano pelle e ossa di fronte alle tue paure”.
Naturalmente, “pelle e ossa” è un modo di dire: come dimenticare, infatti, i chili di troppo accumulati e spesso difficili da smaltire dopo il parto?! E poi, oltre alle paure, ci sono le responsabilità ed i sensi di colpa, i dubbi ed i rimorsi. Così come i cambiamenti nell’organizzazione familiare che, naturalmente, raddoppiano in caso di parto è gemellare: l’arrivo a casa di un neonato comporta spesso una serie di difficoltà che la puerpera – pre-occupata com’è a controllare, tanto per cominciare, che il piccolo respiri – non è sempre pronta ad affrontare serenamente.
Qualcuno - i più fortunati - sostengono invece di non aver mai perso una notte, di non aver avuto problemi con le pappe, con i dentini e con le prime malattie? Tranquilli: c’è sempre tempo!
Credete sia un’esagerazione? Perdonate se mi ripeto con un’affermazione che sa di luogo comune, ma solo chi non ha mai avuto figli può farsi un’idea simile!

Per questo motivo ho letto con piacere e con il divertimento di chi, pur immedesimandosi in molte delle situazioni descritte, vede ormai le cose con un certo distacco, il libro di Silvia Colombo, Confessioni di una mamma pericolosa - Pedagogia spericolata per bambini da zero a tre anni (Fazi Editore)
Diviso in capitoli dedicati di volta in volta ai diversi problemi che la mamma di due gemelle ha dovuto affrontare, e risolvere, per non soccombere alla fatica ed allo stress, il libro di Silvia Colombo è sicuramente una lettura utile per le neomamme – o aspiranti tali.
Fin dalla dichiarazione delle prime pagine, l’autrice ha chiaramente espresso il suo intento:

“Questo libro parla di genitori e di figli. Di come sia possibile continuare a vivere dopo la nascita di un bambino e di quali siano i problemi connessi alla sua educazione nei primi tre anni di vita”.

Si tratta di una pedagogia empirica, di un metodo tesato e sperimentato in prima persona, frutto dell’affanno quotidiano di crescere due figlie.
Ecco quindi ripercorrere i primi tre anni di vita di Ilaria e Caterina. Dalla notizia di una gravidanza gemellare - di cui la mamma avrebbe dovuto essere per forza contenta -, ai primi giorni a casa: l’allattamento, la difficile organizzazione della giornata e, soprattutto, delle poppate notturne, con il loro ritmo insostenibile, la mancanza di sonno e di energie e la necessità di chiedere aiuto ai nonni. E poi, la nanna, lo svezzamento, i pericoli e le malattie, fino all’inserimento all’asilo nido, senza dimenticare una serie di soluzioni e di preziose riflessioni sui cambiamenti imposti dalla nascita di un figlio ed una parte finale su Milano, città in cui Silvia si sente isolata e per nulla sostenuta come mamma in generale, e come mamma di due gemelle in particolare.

Certo, i manuali di psicologia e di pedagogia, infarciti di banalità e di rimedi più o meno a portata di mano, non mancano: improvvisati psicologici, fini pedagoghi, famosi studiosi dell’età evolutiva, e persino volti noti dello star-system… in molti hanno voluto dispensare consigli e suggerire metodi infallibili che permettono di crescere un figlio equilibrato, un essere umano sicuro di sé, perfettamente realizzato ed inserito nel proprio contesto sociale.
Che cosa, allora, oltre al titolo (quale mamma, infatti, oserebbe mai definirsi “pericolosa”?!), rende diverso il libro di Silvia Colombo?

Innanzitutto il contenuto, che ho trovato di grande e, in questi casi indispensabile, buon senso – immagino perché vissuto in prima persona e mai frutto di teoriche elucubrazioni mentali.
Poi lo stile: il tono spesso ironico e autoironico riesce a sdrammatizzare anche la situazione più delicata e a trasformare in “tragicomica” qualsiasi peripezia.

Infine, la componente forse più determinante, ovvero l’onestà e il coraggio dell’autrice nell’esporsi in prima persona, senza nulla tacere delle proprie emozioni e dei sentimenti, siano essi negativi, persino distruttivi. Senza voler adombrare a tutti i costi l’arrivo di un figlio di “falsi moralismi e ipocrite menzogne, che ottengono il risultato di creare genitori e famiglie infelici, vittime di false aspettative e di ambigui sensi di colpa”.
Solo un paio di esempi:

“Spiego così la nascita della ‘rabbia’. Ebbene sì, da quando sono nate le mie figlie convivo con una rabbia che non ha nulla di umano: è radicale, universale, irrazionale e cosmica. È uno sbocco di livida ira che può comparire nelle più disparate occasioni e che si manifesta contro tutto il creato, l’universo-mondo, i parenti in generale”

ed anche

“Sono arrivata a maltrattare le mie bimbe, e non avevano nemmeno sei mesi. A urlare loro in faccia la mia frustrazione, a strattonarle esasperata e a controllare a malapena l’impulso fortissimo di picchiarle per farle smettere. So che cosa si prova dopo una crisi simile. Ci assale lo schifo e ci si sente dei mostri violenti e feroci che si accaniscono su esseri inermi e incapaci di difendersi. Allora ci si spezza il cuore, e un cuore spezzato non sa più difendersi. […] Ebbene, io dico solo una cosa. Perdonatevi. lasciatevi subito alle spalle quello che è successo. Niente lacerazioni, niente recriminazioni, niente sensi di colpa. Non pensateci più. Se avete alzato la voce, se vi è partita una sberla, se vi è scappato uno sculaccione. Non fa niente. Non importa. Prendete in braccio il vostro bambino, tranquillizzatelo, cullatelo, sussurrategli una filastrocca finché non si sarà calmato, finché si saranno spenti gli ultimi singhiozzi. Nel momento in cui smetterà di piangere, anche voi lo farete. E sarà tutto finito. Imparate a perdonarvi e fatelo in fretta, perché siete le uniche a poterlo fare”.

Queste non sono affermazioni da tutti.
Ma vi dirò di più: il titolo, che restringe il campo d’azione ai tre anni del bambino, in realtà è estremamente limitativo. Prendete me, che ora ho due figlie molto più grandi, di quindici e dodici anni: come ho già accennato, ho ritrovato molto di me stessa nel racconto di Silvia Colombo e, nel rivivere l’esperienza dell’autrice, non solo ho potuto riflettere e prendere coscienza delle ‘tragiche’ conseguenze di alcuni miei comportamenti (chiamiamoli pure “errori”), ma sono anche stata portata, in qualche modo, a sperare che alcuni dei rimedi suggeriti possano essere riutilizzati anche ad altre età. Perché certe situazioni – e le scelte che ci impongono - si ripresentano negli anni, anche se sotto forme diverse. Perchè anche a distanza di anni, permane la necessità di affrontare in modo coerente e costruttivo i problemi che la crescita comporta.
Forse questo è un aspetto che Silvia Colombo scoprirà fra qualche anno, regalandoci una pedagogia spericolata della prima infanzia e dell’adolescenza!
Per il momento, uno dei suoi tanti messaggi ci ricorda che la maternità non ha sempre o solo a che vedere con “la comprensione, la dolcezza, il fare dono di sé, la capacità di dare affetto, ascolto, accoglienza… e poi tutta una galleria fotografica di donne che allattano amorevolmente chine sul loro fagotto, confusione di baci e di abbracci, lui e lei che spingono altalene, raccontano fiabe della buonanotte…”: amare è una fatica che si che si ripete giorno dopo giorno, un impegno che deve fare i conti con le miserie del quotidiano, con la stanchezza della ripetizione e la noia dei giorni sempre uguali, amare è un duro lavoro (la buona notizia è che si può imparare, con la pratica e la pazienza!).
Solo così sarà possibile guadagnare l’amore dei propri figli e vivere una vita da persone più contente, più serene e con qualche ora di sonno in più.

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