Lidia Guadoni - In Francia, “Y” è uscito nel 1991. Come pensa che possa, o debba, il lettore italiano di oggi (che in qualche modo è coinvolto per via del ruolo di alcuni suoi personaggi), un romanzo che descrive una scena politica internazionale ben precisa e collocata in un certo periodo storico?
Serge Quadruppani - Secondo Wu Ming I, si “può leggere come un romanzo storico scritto oggi su questo periodo”: mi piacerebbe che il lettore italiano di oggi lo leggesse così.
Come crede sia cambiato lo scenario (se è cambiato) politico, rispetto al passato?
E’ strano vedere quante cose sono poco cambiate. Si parla delle prima guerra del Golfo, della militarizzazione della vita attraverso i media e la presenza ormai banale di soldati nelle stazioni delle ferrovie e del metro.
Si parla di mafia, di hezzbolah, del mondo di oggi, in somma. Si parla anche, e molto, d’amore disperato, di sesso, di canzoni, di follia, e dunque anche del mondo di sempre.
Con la faccenda della “lettera rubata”, lei ha voluto un po’ mettere alla prova (o prendere in giro, visto il titolo) anche il lettore?
Si, è un tentativo di rinnovare una tematica classica da Poe in poi.
Lei mi aveva già spiegato, in un’altra intervista, cosa pensa del complotto, che anche in questo romanzo ha un’importanza notevole nello sviluppo della trama, affermando che “Il complottismo è la malattia senile del pensiero politico”. Le chiedo allora cosa pensa, ad esempio, delle teorie che circolano intorno agli attentati dell’11 settembre.
Questa frase che lei cita, l’avevo scritta peraltro pensando a questi deliri. Ci sono tante cose da rimproverare a Bush, non inventiamo delle cose in più! Il complottismo impedisce di capire bene le realtà della dominazione e dello sfruttamento dei popoli.
Mi sembra che se nel precedente romanzo uscito in Italia c’erano i gatti, qui ci sono gli uccelli. Dà un significato particolare alla loro presenza?
Certo: gatti, uccelli e tutti gli animali sono la poesia visibile e in azione, quella che il mondo moderno tenta di fare sparire in un vomitevole Dysneyland.
Vorrei anche che mi parlasse della scelta stilistica di inserire diversi punti di vista, con narrazione al tempo presente, piuttosto che un unico narratore che si esprime al passato.
Anche in “In fondo agli occhi del gatto”, c’erano due punti di vista. Mi piace cercare una forma non troppo banale e che sia anche piacevole per il lettore. Potere prendere dei punti di vista diversi nello stesso e una delle possibilità più feconde che ci offra la letteratura.
Lei è riuscito, nonostante tutto, ad inserire in una trama d’azione una storia d’amore: vuol dire allora che abbiamo almeno una speranza? E quale messaggio ci consegna allora, con il finale?
L’”amore pazzo”, l’”amour fou” di André Breton, come altri sentimenti di estrema intensità (il sentimento di completa fusione in certi movimenti sociali, la contemplazione del cielo o di un albero, l’estasi mistica) ci portano in una dimensione di ricchezza infinita, fuori del tempo. Come vede, non mi interesso molto di sentimenti tiepidi. E sopratutto quello che vorrei dire ai lettori, sopratutto ai giovani è: “Basta con la moderazione, con i piccoli sentimenti e stati d’anima minuscoli, piccole paure intorno al tuo ombelico. Basta! Bisogna essere roventi di passioni!

Lidia








