Lidia Gualdoni - Vorrei innanzitutto approfondire la genesi di questo romanzo: com’è nata l’idea di una trama che affronta, fra gli altri, anche temi che qualcuno potrebbe considerare “scandaloso”?
Elda Lanza - Primo tra tutti il fatto che io non lo ritengo scandaloso. Inoltre, forse lei sa che io ho studiato psico-sociologia e nei miei romanzi affronto spesso un tema di disagio psicologico. In questo romanzo c’è, fortissimo, il senso dell’abbandono. Quando, come nel caso della protagonista, si subisce dall’infanzia il dolore e l’affronto dell’abbandono - la madre, poi il padre, poi la nonna che muore, poi il fidanzato… - è impossibile non chiedersi “perché tutti mi lasciano?”; e questo senso di insicurezza, di fragilità, che ti fa sentire responsabile del tuo dolore, te lo porti dentro per sempre. Un prezzo che continui a pagare: non riconoscendo la felicità, scegliendo attraverso la paura. Puoi non sapere più che cosa è giusto - per te. Che cosa ti farà davvero felice. E puoi sacrificare la tua felicità alla sicurezza di essere amata per sempre.
Qual è, invece, il motivo della scelta, che la rende, ancora una volta, “pioniera” - come ha scritto Francesca Mazzucato nella prefazione -, di proporre questo nuovo romanzo attraverso la pubblicazione via web, dal sito www.lulu.com? Quali riscontri sta avendo?
L’editoria sta vivendo un momento di forte disagio e di confusione. Tutti aspettano il capolavoro da un milione di copie. Io non ho mai scritto romanzi da un milione di copie, sono sempre stata a metà classifica. Significa bussare alla porta degli editori, aspettare il loro giudizio; accettare un titolo diverso da quello che vorresti per ragioni di marketing; aspettare il momento della pubblicazione che va bene al loro mercato; accettare una copertina diversa da quella che vorresti. Credo che alla mia età e dopo una ventina di cose scritte e pubblicate con i più grandi editori italiani, (Sperling, Mondadori, Marsilio), posso prendermi il lusso di decidere che cosa voglio e come lo voglio. Senza pensare alle vendite e al marketing. Lulu.com mi è sembrata una buona soluzione: io volevo il libro tra le mani. L’ho avuto. Ne ho stampati per me una decina di copie che ho regalato, e francamente non so, perché non sono mai andata a vedere la situazione in internet, a che punto sono. Lo farò.
Faccio riferimento ai due romanzi che ho avuto modo di apprezzare, L’altra faccia della luna e il precedente, Una stagione incerta: mi sembra che la malattia e la morte, abbiano un ruolo importante nella vita dei suoi personaggi. Ce ne vuole parlare?
La morte è inevitabile, la malattia fa parte delle cose che accadono. Di fronte alla morte e alla malattia ognuno rivela una parte di sé, profondamente nascosta e vulnerabile. Questo mi interessa. Cercare nei miei personaggi le loro reazioni di fronte alla sofferenza, al timore, alla pietà, al perdono.
La “casa” o, meglio, le case, sembrano essere protagoniste, esse stesse, del romanzo, non solo perché sono il soggetto dei servizi fotografici pubblicati, ma come espressione dei proprietari. La protagonista afferma: “Forse perché vivo con la testa nelle case degli altri, vorrei che almeno la mia casa fosse un punto fermo nella mia vita”. E più in là, anche Lerna: “La tua casa è ancora dentro di te. Tu hai un angolo in cui mi è impossibile entrare: quella è la tua casa segreta. Aspetterò…”.
Può dirci qualche cosa di più sul significato che le attribuisce?
Io amo le case come amo le persone che le abitano. Trovo che esista un filo diretto, inscindibile, tra una casa e chi la abita. Forse non le ho mai detto di aver collaborato per otto anni con uno studio di architettura d’interni. È stato un periodo della mia vita che ricordo con passione. Ho imparato molto. La casa è un luogo dove ciascuno è.
Tutti i riferimenti all’arte, in particolare quella fotografica, fanno parte delle sue conoscenze o ha dovuto documentarsi?
In parte conosco l’ambiente per aver collaborato a riviste in tutto simili a quelle che descrivo. Invece non so usare la macchina fotografica, neppure per la cartolina ricordo. Tuttavia ho assistito a molti servizi fotografici, per lavoro e per passione, e so che cosa succede. Tecnicamente e psicologicamente. La fotografia, qualunque fotografia e comunque fatta, è un atto d’amore e di possesso. A volte compiacente, a volte spietato. Nessuno vede nel proprio ritratto quello che crede di essere: neppure il fiore, l’albero o la casa, se potessero confrontarsi.
Nel tratteggiare la vita della protagonista e i diversi abbandoni che ha subito nel corso degli anni, il lavoro, ed i relativi riconoscimenti e rapporti, sembra quasi bilanciare le perdite affettive. E’ questo il ruolo che gli attribuisce?
No, assolutamente. non c’é niente che possa cancellare un abbandono né compensarlo. Chi l’ha subito anche solo una volta, lo porta con sé per sempre. Si definisce in psicoanalisi ‘la ferita dei non amati’. Una ferita che non si dimentica e non si risana. Mai.
Alla fine del romanzo mi sono resa conto di non conoscere il nome della protagonista: come mai questa mancanza?
Sì, la protagonista non ha nome. Greg la chiama qualche volta ‘darling’, cioè ‘cara’. Il nomignolo più anonimo di tutto il repertorio amoroso. Forse c’è una ragione involontaria; avrei potuto darle un nome qualunque, e invece non ci sono riuscita. Senza nome è ciascuna di noi. E parte di me.
Io, invece, avevo interpretato questa scelta come negazione, quasi, dell’identità stessa della protagonista. Oppure, al contrario, come il fatto che la protagonista stessa non vuole che si conosca il suo io più profondo.
No, non condivido questa interpretazione. Io non nego niente di quella donna. Lei è così. Anche per quello che le hanno fatto; ma lei pensa, vive, parla, soffre e ride in quel suo modo reale. Almeno
per me. Non mi ha nascosto niente, di sé. Il suo nome è assolutamente secondario. Spesso nei miei romanzi il nome è sconosciuto.
Torna alla recensione de L’altra faccia della luna

Lidia








