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Un filosofo e la lettura

André Comte-Sponville e l’importanza dei libri nella vita, con qualche considerazione per i lettori (e per gli scrittori)

“Quando si è ammessi all’École Normale Supérieure, rue d’Ulm, lo choc più grande, a parte il momento dei risultati, è quando si entra per la prima volta in biblioteca. Ci si sente qualcuno, si pensa ai gloriosi antenati, all’opera da scrivere, in breve, si è completamente ridicoli. E poi si passeggia… Il fascino di questa biblioteca (che la distingueva molto da quelle che avevo frequentato fino ad allora: la Sainte Geneviève, la Sorbona…) è che si circola liberamente e si cercano da sé i libri di cui si ha bisogno, ci si perde, si annega… E’ una delle grandi biblioteche francesi, ma non è nemmeno la Biblioteca Nazionale: si trovano solo libri che sono stati scelti, selezionati, in totale – come ci spiegarono all’inizio dell’anno accademico – qualcosa come cinquecentomila volumi, solo per la biblioteca di lettere. E’ ben poco rispetto alla Biblioteca Nazionale (tredici milioni di volumi) o alla biblioteca del Congresso, a Washington (venti milioni di volumi!). Ma, per un individuo, è già opprimente. Puoi fare il calcolo. Si entra all’École verso vent’anni, e la biblioteca è accessibile a vita: diciamo che offre una prospettiva di una sessantina d’anni di lettura… Bene o male che vada, uno studente che legga un libro al giorno, tutti i giorni, per sessant’anni, avrà letto, in fin dei conti, circa ventiduemila libri, ossia poco più del 4% di una biblioteca di buona qualità, certo, ma esclusivamente letteraria (esistono anche i libri di scienze) e molto povera, dopo tutto, di letteratura straniera. Ne vale la pena? Chi vorrebbe una vita simile? Immagina un po’ il nostro uomo verso gli ottant’anni: dato che avrà passato la vita a leggere (un libro al giorno, è molto, soprattutto se ci sono libri di filosofia!) morirà spossato, quasi senza aver vissuto, e senza aver, forse, appreso nulla di importante. Del resto, se i libri gli avessero insegnato l’essenziale, o se avesse saputo trovarlo, avrebbe continuato questa vita da folle?
Quanto agli altri, alle persone normali, quelli che leggono, come te o me, diciamo un libro a settimana, in media (per la Critica della ragione pura ci ho messo tre mesi, dedicandovi tutte le mattine e l’ho ripresa spesso da allora) avranno letto, alla fine della loro vita, se vivono abbastanza a lungo e se non rileggono mai o quasi, un po’ più di tremila libri, ossia molto meno dell’1% (o forse l’1% delle opere, se si tiene conto dei titoli che figurano in diversi esemplari) d questa biblioteca, del resto incompleta. Non so se io abbia fatto questo genere di calcoli già la prima volta. Ma mi ricordo molto bene, invece, di quella specie di abbattimento che mi colse allora, tra quelle innumerevoli scaffalature, quando, d’un tratto, compresi non solo che non avrei mai letto tutto, né la metà, né un quarto, né un decimo di quei libri, ma anche che era perfettamente vano e inutile voler aggiungere – semplicemente perché portavano il mio nome! – tre o quattro volumi questa massa già opprimente e folle.
La vita è fatta così: ero voluto entrare in questa École perché si diceva formasse dei futuri scrittori e, non appena entrato, la vanità della letteratura (e anche della filosofia) spezzava il mio sogno proprio nel luogo in cui avrebbe dovuto realizzarsi. Ma è bene così: un po’ di ridicolo e di illusorio mi abbandonava. Credevo meno ai libri, è vero, ci tenevo meno a scrivere, ma ero più favorevolmente disposto a scriverne, forse un giorno, di non troppo vani, troppo vanitosi, troppo inutili…

Tratto da Parole d’alba. Conversazioni filosofiche – pag. 64-65
di André Comte-Sponville
Angelo Colla Editore

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