Pare che il romanzo abbia riscoperto il “decennio blindato”, ovvero quegli anni Settanta che sono stati una stagione rimossa anche dalla narrativa.
Lo ha affermato, in un interessante articolo apparso su Repubblica del 23 novembre 2009, Simonetta Fiori, citando diversi romanzi e, in particolare, il saggio di Demetrio Paolin, Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (Il Maestrale).
Ma il romanzo di riferimento, quello che secondo la giornalista ha maggiormente contribuito a “indagare un «buco nero», un gorgo che ha interrotto anche il passaggio di saperi tra una generazione e l’altra”, è I giorni della rotonda di Silvia Ballestra (Rizzoli, pagg. 374, euro 18,50), cui va il merito di aver non aver utilizzato gli anni ‘70 come semplice pretesto, come semplice sfondo per una storia: quegli anni, infatti “fungono da architrave e protagonista” della vicenda che si svolge a San Benedetto del Tronto, dove il terrorismo ebbe il volto degli assassini del tecnico-antennista Roberto Peci.
E se la Ballestra dichiara di scrivere di quegli anni forse “per recuperare un tempo perduto che ancora non ci appartiene”, un altro giovane autore, che quegli anni non ha vissuto, essendo nato nel 1978, ha deciso di affrontare questo periodo storico con esiti stupefacenti e con la speranza che “il lettore (specie quello giovane) parta dalla finzione per appassionarsi alla vera e tragica storia di questo Paese martoriato”.
Si tratta di Simone Sarasso e del suo Settenta (Marsilio, pagg. 693, euro 21,50), secondo volume della cosiddetta “Trilogia sporca”, inaugurata con Confine di Stato: un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli.
Certo, come lo stesso Sarasso precisa nella necessaria e, aggiungerei io, chiarificatrice postfazione, Settanta è, prima di tutto, una fiction. Non c’è storia pura, ma una mescolanza di Storia e finzione. Nessuno dei personaggi è reale, anche se molti di loro assomigliano a personaggi storici.
Eppure, è la materia storica il vero nucleo oscuro dei cosiddetti “Misteri Italiani”, solo che l’autore ha deciso di colmare con l’invenzione e l’immaginazione le lacune della documentazione disponibile, per costruire un suo personale universo narrativo.
Il risultato è il “verosimile”, ovvero, l’indistinguibile fusione di dati storici e invenzioni romanzesche. Del resto, raccontare la “vera” storia degli anni anni settanta in Italia è pressoché impossibile: la ricostruzione storiografica è lacunosa, i buchi e i misteri sono troppi, troppi i dubbi sulle motivazioni e sugli ideali professati dalle forze in gioco, troppo confusi i documenti.
Gli anni di piombo di Simone Sarasso sono raccontati da quattro punti di vista: un esecutore materiale delle stragi, un giovane avvocato del sud che tenta di far carriera fra Roma e Milano, un attore che diventa una star del poliziesco all’italiana e un grande bandito milanese, che molto ha in comune con un famoso bandito. Ma i personaggi sono molti di più, come molte sono le storie che si intrecciano e che, pur non collimando con la Storia (da una semplice deriva si giunge al distacco totale della realtà), di certo hanno permesso all’autore di raggiungere quell’importante traguardo cui accenna, sempre nella posfazione: restituire il sapore di “quel tempo là”, il suo profumo, e proporre, intatto, il senso generale dell’affresco.
Anche le voci narranti cambiano a seconda dei protagonisti ed assumono peculiarità tali da restituire senso e vita alle parole di quell’epoca, parole spesso demonizzate, strumentalizzate, ridicolizzate o svuotate di senso.
Un risultato importante, sia nei dialoghi, sia nel discorso libero indiretto che domina gran parte dei paragrafi.
Sarà facile, per il lettore, nel ripercorrerle, perdere, almeno per un attimo, la cognizione del tempo, ritrovarsi catapultati nel bel mezzo di sparatorie, attentati e complotti: quel mondo, per fasullo che sia, non è affatto lontano nei colori, nelle sensazioni e, soprattutto nelle paure, dagli Anni di Piombo e dagli episodi che li hanno caratterizzati – la strage di Piazza della Loggia, la rapina di San Velentino, gli scontri di via Larga, la storia delle Brigate Rosse, l’uccisione di Moro, la bomba alla questura di Milano e a Bologna, le imprese della banda Vallanzasca…
Per dirla, ancora una volta, con le parole dell’autore: “Credo che ovunque, nel romanzo, sia indistintamente percepibile l’odore di cordite e sangue rappreso della guerra sotterranea che per un decennio ha martoriato il nostro paese” e che questo romanzo contribuisce a far rivivere e a far ricordare.

Lidia








