Fa senza dubbio riflettere la sentenza del tribunale civile di Milano in merito alla vicenda di una ragazzina di 12 anni violentata ripetutamente dal 2001 al 2003, che ha visto finire la causa civile, intentata dopo la conclusione del processo penale, con la condanna dei genitori dei violentatori – anche quelli separati. La motivazione è di mancata “educazione dei sentimenti e delle emozioni” oltre ad evidenti lacune nel dovere di accompagnare il processo di crescita in modo che “avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o”.
Si sottolinea, inoltre, il comportamento processuale dei figli: “Asettico, con parole non espressive d’emotività, usando per la ragazza espressioni che evidenziano come nessuna considerazione vi fosse per la persona”.
Queste stesse considerazioni mi sembrano essere particolarmente adatte ad un altro contesto, quello descritto ne La cena, l’ultimo romanzo dell’olandese Hernan Koch, da poco uscito in Italia per Neri Pozza, che sicuramente farà parlare molto di sé.
Anche se si tratta di un mondo tutto letterario, la trama, si basa su un fatto realmente accaduto in Spagna, che ha visto coinvolti due ragazzini ripresi dalle telecamere di sicurezza mentre uccidevano una barbona che dormiva in un bancomat.
Può capitare allora, come all’autore, non tanto di immedesimarsi con la vittima, ma con i genitori degli assassini e di chiedersi: “Che cosa avrei fatto io, nei loro panni?
Nella sfortunata (o fortunata, secondo i punti di vista) ipotesi che le immagini non permettano di identificare i colpevoli, che cosa sarebbe più giusto fare?
Denunciare il proprio figlio, mettendo così a repentaglio il suo futuro e la felicità dell’intera famiglia, oppure sperare che tutto venga considerato un incidente e sia presto dimenticato?
Questo è il cuore del problema - perché è proprio di questo crimine che si sono macchiati i rispettivi figli, rimasti fino ad ora impuniti - di cui discutono, durante una cena apparentemente come tante altre, in un ristorante di lusso, due coppie, fra una portata e l’altra, fra il commento a un film e la consumazione del piatto che il maître ha descritto fin nei minimi particolari.
Sono Paul Lohman, il padre di Michael e narratore della vicenda, ex insegnante non nuovo a fantasie violente; Serge, il fratello di Paul e padre di Rick, politico in corsa per la carica di Primo ministro olandese, e le rispettive mogli, Claire e Babette.
Ciò che più mi ha colpito, durante la lettura, è stata la mancanza, da parte dei genitori, di qualsiasi dubbio relativo all’educazione che hanno impartito ai figli – per usare le parole del tribunale di Milano, non “indirizzata verso il rispetto dei sentimenti e del corpo dell’altro”. Essi non mettono mai in discussione il loro operato, né prospettano una qualsiasi punizione alternativa per i colpevoli.
Si fa cenno ad una malattia di Babette e ad una malattia ereditaria che potrebbero aver condizionato l’equilibrio di Michael ma, in definitiva, tutto rimane piuttosto incerto e nessuna “colpa dei figli ricade sui padri”.
Certo, sembra che la realtà si sia fatta sempre più complicata da interpretare: se, da una parte, è necessario offrire agli adolescenti punti di riferimento, occasioni di identificazione e di conferma di sé, è vero anche che non tutti i padri sono in grado di fornire questi modelli: genitori di successo o assenti o disertori o deboli possono infatti costituire un ostacolo nella ricerca di un modello di realizzazione. Punti fermi e regole sono necessari per raggiungere traguardi autonomi, ma sono indispensabili anche rispetto reciproco e attenzione alla comunicazione dei sentimenti.
In un contesto così differenziato e mutevole, l’autore – che ho avuto modo di intervistare a Milano in occasione dell’uscita del romanzo –, ha deliberatamente evitato di prendere le parti di uno o dell’altro dei personaggi, ed il suo obiettivo, ovvero scatenare discussioni e far riflettere, soprattutto all’interno delle famiglie, è stato senza dubbio centrato: non credo si possa rimanere insensibili davanti alla descrizione di una situazione di questo genere, alla mancanza di sentimenti “politicallly correct”.
Eppure la sensazione che questa sia la realtà, priva di ipocrisia e di falsi moralismi, rimane.
Su quante ingiustizie siamo pronti, quasi quotidianamente, a chiudere un occhio?
Possiamo dire di essere sempre stati onesti o, per un nostro tornaconto, abbiamo preferito inventare scuse e alibi?
Quante volte siamo stati “buonisti” solo per adeguarci alle convenzioni?
Che modello siamo stati per i nostri figli?
La domanda, allora, non è più “che cosa avrei fatto io?” - perché ognuno di noi sa, in cuor suo, che i figli e la famiglia vengono prima di ogni cosa e che saremmo pronti a tutto pur di proteggerla.
A patto, però, di riuscire a convivere tutta la vita con il rimorso.

Lidia








