“Avrei potuto essere altrove, questa sera. Avrei potuto spassarmela in una locanda mescolato ai pellegrini della mia terra, come qualsiasi altro giudeo a Pasqua. Allora domenica sarei ripartito per Nazareth con la serenità di chi ha compiuto il proprio dovere. In una casa che non ho, forse mi avrebbe aspettato una moglie che non ho, e dietro la porta, felici di rivedere il padre, testoline ricciolute e sorridenti. Ecco dove mi ha condotto questo sogno: aspettare in questo giardino una morte che mi fa paura.
Ma come è iniziato tutto ciò? Il destino ha forse un inizio?”
Comincia così la Confessione di un condannato a morte la sera del suo arresto ovvero il prologo de Il Vangelo secondo Pilato, di Eric-Emmanuel Schimtt (Edizioni San Paolo). E’ la testimonianza di Jeshua (Gesù di Nazareth), che colpisce il lettore non solo perché espressa in prima persona, ma soprattutto per la sincerità con cui il protagonista ripercorre il suo cammino esistenziale.
L’infanzia - “Ho vissuto un’infanzia piena di sogni” -, il maldestro tentativo di ripercorrere le orme del padre falegname che invece gli consigliava di diventare rabbino; la ribellione davanti ai crimini commessi in nome della Legge e l’aspirazione ad un mondo più giusto e più aperto all’amore; l’incontro con l’arroganza e la violenza dei Romani; la rottura del fidanzamento con Rebecca e la lucida presa di coscienza: “Io non ero fatto per la felicità. E se non ero fatto per la felicità, non ero fatto per le donne”.
E poi le mille domande e la scoperta della saggezza, della capacità di dare risposte agli altri, a chi voleva capire e non ci riusciva; l’incontro con Giovanni che lo riconosce come l’Eletto da Dio; la fuga nel deserto dove, cercando se stesso, ha trovato Dio.
“Il periodo successivo è stato il più felice e il più esaltante della mia vita. Scoprivo, inebriato, i segreti che Dio aveva depositato in fondo alle mie meditazioni, e via via cercavo di sperimentarli. Familiarizzare con essi mi dava grande gioia; non ne immaginavo ancora le conseguenze”.
Con Andrea e Simone percorre la Galilea, senza preoccuparsi del domani, vivendo di elemosine e ridistribuendo l’eccedenza; considera le donne eroine anonime, donatrici di vita, d’amore e d’affetto, dispensatrici di sollievo, pulizia, piacere:
“Gli uomini custodiscono le porte della società che che genera i morti e sviluppa l’odio. Le donne custodiscono le porte della natura che fabbrica vita ed esige amore”.
Nulla regge il confronto con l’innocenza gioiosa di quei primi mesi:
“Dissodavamo il terreno. Inventavamo un nuovo modo di vivere. Abolivamo il sospetto, la diffidenza. Potevamo solo ricevere o donare. Eravamo liberi. Avevamo preso il largo. Agli occhi dei potenti eravamo dei deboli; ci lasciavano tranquilli perché non contavamo. Si sbagliavano: soli, non potevamo che isolarci dal mondo; uniti, avremmo potuto trasformarlo”.
I guai cominciano con i primi miracoli – i primi avvenuti senza che neanche se ne rendesse conto e la sua reputazione è cresciuta tenendo conto solo dei casi in cui avvenivano guarigioni, dimenticandosi di coloro che sono rimasti inchiodati al loro male perché né Gesù né loro erano riusciti a risolvere alcunché: “Io non ho nessun potere, salvo quello, eventualmente, di aiutare ad aprire la porta che, in fondo a ognuno di noi, conduce a Dio. Da solo, quella porta, non sono in grado di aprirla, bisogna che qualcuno mi aiuti”.
Così la sua vita cambia:
“Quando non eravamo braccato da infelici che elemosinavano miracoli, eravamo perseguitati dai farisei, dai sacerdoti e dai dottori della Legge che ritenevano che ormai avessi troppe orecchie disposte ad ascoltarmi”.
“Sei tu il Figlio di Dio?” continuano a chiedergli. Ma lui non ha altra risposta se non “Sei tu che l’hai detto”.
“Non avrei mai osato pretendere di essere il Cristo. Potevo parlare di Dio, della sua luce, della mia luce, poiché questa era in me. Niente di più. Ma gli altri, privi di scrupoli, completavano il mio discorso. Mi ingigantivano. Chi mi amava, per celebrarmi. Chi mi detestava, per affrettare il mio arresto”.
La prima parte si conclude con l’ultima cena, con il saluto di chi conosce il proprio destino e sa che deve subirlo da solo, con l’invito ad amarsi gli uni gli altri come lui ci ha amato, con la scelta di Jehuda, Giuda, come traditore:
“Aveva compreso la portata del sacrificio che gli chiedevo. Doveva vendermi. Ho sostenuto lo sguardo per far capire che soltanto a lui, il discepolo preferito, potevo chiedere quel sacrificio che avrebbe preceduto il mio. Mi ha inteso e con una smorfia mi ha comunicato la sua accettazione”.

Lidia








