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L'ultima carezza di Catherine Guillebaud

“Presto verrà la fine. Lo so, me lo sento. E' una strana sensazione percepire all'improvviso, come segretamente previsto, che il tempo ha fatto il suo corso. Da alcuni mesi, ormai, il dolore mi attanaglia. Tutto è diventato difficile”

Con queste parole si apre il nuovo romanzo della francese Catherine Guillebaud, L’ultima carezza, in libreria per Eliot Edizioni. A pronunciarle è il narratore, Mastic des Feux mignons, un setter inglese maschio, nato il 17 aprile 1994, ribattezzato da Lei, la padrona, con il nome di Joyce, in memoria “di chi sapete voi”. Un cane ben educato e che parla, naturalmente, inglese.
E’ ormai un vecchio cane che vive con un vecchio gatto, Opium; insieme ne hanno viste tante: altri animali andare e venire, umani felici o in crisi, nascite e morti.
A chi si stupisce di questa magnifica eccezione alla regola del cane-gatto, spiega:

“Che idioti! Non hanno capito che, più che indole naturale, si tratta ormai di una volontà nascosta e quasi incosciente che ci unisce di fronte al presentimento di una fine ormai prossima. In due si è più forti, e niente più ci impedisce di riconoscere nell’altro il risvolto della nostra stessa paura, trovando una rassicurazione che ci mantiene al caldo”.

Joyce si reputa l’unico in grado di raccontare la sua vita con la padrona – dei gatti del resto (Opium a parte), non ha molta stima:

“E poi, chi meglio di me può parlarvi di Lei? Non certamente quegli stupidi gatti. Non saranno certo quei felini un po’ ebeti a poter esprimere un parere autorevole sulla questione. Cos’altro potrebbero dire a parte raccontare la loro vita monotona, fatta di caccia, ritorni mattutini e pipì davanti alla porta della cucina, miagolii a non finire per reclamare l’entrata, a meno che non decidano di rimanere ore sul davanzale della finestra in attesa che il vetro si fonda sotto il vapore lasciato dai loro pianti snervanti, e poi ripulitura in piena regola della ciotola con i croccantini, posizionata in loro favore sul banco della cucina?”.

Opium, da parte sua, pensa che la vecchiaia abbia fatto perdere la testa a Joyce, che lo costringa a passare le sue giornate imbastendo teorie fumose visto che non può più correre e deve trovare il modo di occupare il tempo. Joyce, in realtà, è per la discussione e il dialogo e i continui riferimenti alle differenze fra la natura felina e quella canina offrono lo spunto per una serie di divertenti riflessioni e di improbabili conversazioni fra i due animali.

Ora, giunto alla fine dei suoi giorni e di quella straordinaria storia d’amore che lo ha legato per anni a Lei, Joyce ricompone i ricordi più importanti della sua vita felice e fortunata. Un bilancio che è anche l’ultimo atto d’amore, un addio sereno e senza rimpianti a chi, tanto tempo prima, credendo di scegliere un cucciolo, è in realtà stata scelta da lui.
Eccolo allora descrivere il duplice legame con la casa della campagna francese che definisce il suo regno, un’isola, una fortezza, e con le persone che nel tempo l’hanno animata.

La casa s’innalza, maestosa, alla fine di un viale la cui lunghezza la separa parecchio dalla strada, tanto da sentirsi soli al mondo. Domina un oceano di alberi, prima quelli della proprietà, poi quelli del parco, e tutti gli altri, fino alla foresta. E bastano i cinguettii di uccelli e i ronzii di api per far ritornare Joyce di nuovo il giovane cane che era un tempo.
Il fascino di questo luogo è legato non solo alla sua bellezza, ma anche allo spazio, al silenzio che abita il parco e la casa stessa quando è disabitata. Può rimanere vuota per molto tempo, ma basta qualche gesto, e tutto ritorna come prima:

“Spesso lei dice che la casa, tra le altre cose, le ha insegnato la permanenza. Può lasciarla, andare a vivere lontano. Ma la conserva sempre nel suo cuore, sa che esiste, e questo sentimento niente e nessuno potrà mai scalfirlo”.

Certo, la memoria, capricciosa, fa dimenticare alcuni momenti, soprattutto quelli più tristi e dolorosi (come il terribile incidente con le pecore che quasi sfiorò la tragedia), ma come non ricordare la presenza delle sorelle, per le quali, Joyce è, all’inizio, un grosso peluche vivente da abbracciare, da stritolare, da impastare in una valanga di risate e di risa festose?

Anche per loro vale quello che Lei chiama la ruota del tempo: “Si sono fatte grandi e, abbandonando i loro giochi, sono andate via, l’una dopo l’altra. Mi mancano. Naturalmente ogni tanto ritornano, contente di ritrovare la loro casa, le loro camere di bambine, dove il tempo si è fermato” , ma il legame che le unisce a questo luogo è evidente e sorretto dalla pacifica certezza di appartenervi, di essere tutt’uno con esso.

Nulla sfugge a questo pacifico e intelligente osservatore: il vivace passaggio degli amici di Lei, i minimi dettagli dell’abitazione e del suo arredamento, la luce, i suoi riflessi e i suoi cambiamenti nell’arco della giornata e delle stagioni, le incursioni di “Camice Bianco”, il veterinario, lo stato d’animo di Lei o delle ragazze…

La storia che ci racconta, tra metafora e realtà, melanconia e humour, è dunque una storia di affetti familiari, di stagioni che si susseguono, di gesti ripetuti che, insieme, tessono la vita di un’intera famiglia.
Il suo sguardo è profondo, dolce e, anche se velato dalla tristezza di chi sa che tutto sta per finire, non diventa mai mieloso o patetico.
Può capitare, a chi vive con un animale, di chiedersi quale e quanta consapevolezza ci sia nei suoi gesti, quale sia la vera natura dell’affetto che lo lega a noi, che cosa voglia esprimere con sguardi quasi umani…
E’ proprio a queste domande che risponde L’ultima carezza: pagine toccanti attraverso le quali, con un linguaggio che sa combinare magistralmente il registro dell’ironia più leggera a quello della lirica più intensa e poetica, Catherine Guillebaud riesce non solo a trasmettere tutta la profondità del rapporto uomo-animale, ma anche a suscitare riflessioni profonde sulla nostra stessa esistenza e sul valore dei legami.

Commenti dei lettori

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  • paola bianchini

    23 May 2010 - 16:20 - #1
    0 punti
    Up Down

    a tebaldo:
    fino a che vivrò continuerò ad accarezzarti nel pensiero

  • paola bianchini

    23 May 2010 - 16:21 - #2
    0 punti
    Up Down

    a tebaldo:
    fino a che vivrò continuerò ad accarezzarti nel pensiero

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