Giardini e no

Il manuale di sopravvivenza botanica di Umberto Pasti (Bompiani)

“Un giardino è un luogo dove un uomo coltiva alberi, cespugli, fiori e ortaggi per suo diletto. Il giardino assomiglia a colui che lo ha ideato. Riflette le sue aspirazioni, le sue competenze, le sue follie, le sue virtù. Ma a differenza di un’opera d’arte , che viene interamente creata dal nulla (se così si può dire) , il giardino diventa quello che è per un sommarsi di cause e elementi che esulano dalle capacità di chi lo concepisce”.

Si rivolge così, Umberto Pasti, al giardiniere principiante (chiunque sia un vero giardiniere è sempre un principiante): occorre “occhio”, occorre non temere i fallimenti, provare e riprovare senza paura, senza stancarsi, per capire ciò che “funziona”. Ancora una volta, i godimenti e le pene di questo corpo che si trasforma ogni giorno sotto le nostre dita, sono gli stessi dell’amore.

Non sempre però i risultati ottenuti sono degni di nota: a volte attirano su di sé – o meglio, sulle menti che li hanno concepiti – le critiche più dure e ironiche.
Sono i giardini del “collezionista” contemporaneo – in realtà, una forma di non-giardino, così come il “giardino porno”, tripudio di sensualità vegetale, o il “giardino della signora”, di solito ideato e coltivato da una donna di mezz’età, contraddistinta da un’inventiva asfittica e meccanica che si traduce in una serie di “trovatine” e idee originali e che bandisce tutte quelle piante che, crescendo naturalmente in un luogo, ne costituiscono la bellezza, o, infine, il “giardino miliardario”, posseduto da chi spesso non ha un briciolo di passione. Malinconico miscuglio di elementi classici e moderni o affastellamento incongruo e ridicolo, si presenta sfarzoso e indipendente dall’area geografica in cui viene realizzato e mette al bando tutte le piante che possono evocare gente comune.

A questi esempi di non-giardini, si aggiungono naturalmente il “giardino di design”, ideato da un professionista per se stesso o per un amico, che deve veicolare un messaggio forte, stupire a tutti i costi on scelte improbabili e assurde, e il “giardino moresco”, il cui stile è ispirato ai paesi esotici ed alla loro cultura. Viene impreziosito con mosaici di ceramica e decorazioni di stucco che però hanno subito un processo degenerativo, raggiungendo al massimo un’esuberanza cacofonica di piante di terre lontane, prati da golf e piastrelle da albergo.

Il “giardino del benzinaio”, invece, che pure non è un giardino e non appartiene necessariamente a un benzinaio, prende forma in quei brevi spazi a ridosso di una casa, aiuole risicate tra la statale e la roggia. Luoghi angusti e polverosi esposti ai gas di scarico che non impediscono però alle piante di assumere dimensioni e forme inusuali. Commuovono per la solitudine che rivelano, per l’amore che esprimono: anelito alla bellezza, al decoro, in periferie spesso orrende, violente, uniformate e omologate, affermano l’unicità di chi le coltiva.
Non a caso, il giardino del benzinaio è quello che l’autore preferisce.
Il rondò, al contrario, o rotonda, viene considerato una “malattia incurabile, una pandemia”. L’aiuola centrale, attorno alla quale corre una strada dove se ne immettono altre, è avvolta dalle nubi di gas di scarico, rumorosa e abbandonata alle bizzarrie pensate da sindaci, assessori e architetti, in combutta con vivai smaniosi di pubblicità. Di solito la vegetazione e solo uno dei tanti elementi e non ha mai nulla a che vedere con la regione in cui si trova.

Il giardino pubblico, così come lo ricorda l’autore nell’infanzia di un uomo ora di mezza età, era un luogo dove si poteva giocare a pallone o, divisi in bande, alla guerra con le castagne matte, fare amicizia e merenda, studiare sdraiati all’ombra, scambiarsi le prime carezze…
Profonde trasformazioni economiche e sociali hanno invece reso le nostre città luoghi degradati, inquinati, rumorosi, sporchi, pericolosi, e il giardino pubblico uno spazio impersonale, dove il piacere è bandito e il verde inaccessibile. E’ uno spazio senza dimensioni, ridotto alla cornice disastrata di vialetti disseminati di brutte panchine sulle quali, solo, è lecito sostare. Perché negli altri paesi europei le cose non vanno così?
Anche “la suburbia”, concepita come complesso residenziale alle porte delle grandi città (“dormitori simili a cimiteri” che rassicurano gli zombie che vi abitano) richiede il suo pezzetto di verde, ma non questo insieme di piante non è un giardino, bensì il suo opposto: è un crimine a scopo di lucro, riflesso dell’avidità e della volgarità di uomini che hanno il potere e sono privi di immaginazione.

Ma, allora, è ancora possibile fare un giardino, secondo Umberto Pasti?
Si può e l’autore dà anche qualche consiglio.

“Ricostruire un pezzetto di mondo fiorito”, questo dovrebbe essere lo scopo di ogni giardiniere, che dovrà iniziare con il cuore leggero e gli occhi ben aperti. Diventare giardinieri significa tentare, sbagliare, incaponirsi, provare grandi delusioni e piccole soddisfazioni, ma significa soprattutto aprire le orecchie, annusare, identificare il ritmo e la vita segreta di un luogo, per abbandonarvisi e assecondarli. Conoscere, attraverso la lettura di qualche classico del giardinaggio, i primi rudimenti di cultura botanica, ma, soprattutto, ascoltare la voce della natura, fondersi con essa. E il principale consiglio che si sente di dare, dopo decenni di giardinaggio, è questo: “rifletti molto prima di eliminare qualsiasi forma di vita vegetale dal luogo in cui ti accingi a piantare il tuo giardino”.
Spesso è proprio questo il punto di partenza: nulla in natura è un caso. Uccidendo una pianta, non si commette solo un crimine, bensì un eccidio. Si interrompe un ciglio vitale che coinvolge creature di moltissime specie.
Piantare solo ciò che piace: così il giardino, nonostante gli errori, diventerà meraviglioso.

L’autore, Umberto Pasti, milanese di nascita, giornalista di professione, appassionato di botanica, vive tra Milano, Tangeri e nei pressi di un villaggio nel nord del Marocco. Ad impreziosire Giardini e no, oltre a innumerevoli spunti di riflessione sui nostri giardini e sugli spazi verdi, pubblici e privati, ci sono anche le delicate illustrazioni del parigino Pierre Le-Tan.

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