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A voce bassa

Così si esprime Charles Aznavour, il grande artista francese, molto amato anche in Italia, raccontando se stesso, la sua vita, in un'autobiografia intima e appassionata, che tutti – non solo i suoi fan – sapranno apprezzare

“Alcuni hanno memoria, altri ricordi. I ricordi dovrebbero sgorgare da una sorgente profumata, scaturita dalle fenditure della memoria, giungere al braccio per scorrere fino alle dita e, per tramite della penna, depositarsi saggiamente sulla pagina bianca. Ma, ahimè, essi non si presentano in ordine cronologico: ci assalgono in disordine, dal presente a ritroso fino alla nascita, e dalla nascita fino al tempo presente. Dio mio, avvenimenti dimenticati ci tornano alla memoria dopo aver percorso i labirinti del ricordo…”

E’ per questo che Charles Aznavour, il cantante francese più conosciuto e amato in Italia, raggiunto l’importante traguardo degli 85 anni, ripercorre a ritroso la sua esperienza esistenziale, intellettuale e artistica, nell’autobiografia dal titolo A voce bassa (Angelo Colla Editore).
Un’esperienza che diventa quasi un “modello etico” per tutti coloro, soprattutto i giovani, che operano nel mondo della canzone e dello spettacolo o che intendono farne parte.

Ma non si tratta semplicemente di un libro volto al passato: con le sue pagine dedicate alla passione per un mestiere che può dare grandi soddisfazioni, ma che richiede anche molti sacrifici, al suo rapporto con la lettura e la scrittura, al suo modo di lavorare e alla sua evoluzione artistica, A voce bassa si presenta non solo come l’analisi lucida e acuta della società di ieri e di oggi, ma anche come discorso aperto al futuro, ricco di suggerimenti e di consigli.

Molto eloquenti i titoli dei sei capitoli in cui è diviso il libro:

I Infanzia e giovinezza – L’autore ricorda l’atmosfera allegra della casa, nonostante la vita da immigrati, grazie alla musica; i primi passi nel mondo del teatro e la difficoltà di doversi forgiare una cultura senza frequentare una scuola; il carattere taciturno e la passione per la lettura; le delusioni da “cantante fallito” e i rari successi; il giorno tanto atteso della consacrazione, il rapporto con il pubblico, i premi e la stampa…

II Soffro la scrittura – La necessità e la sofferenza dello scrivere, del trovare le parole giuste sono per Aznavour una priorità e la composizione del testo di una canzone segue un metodo seguito di lavoro lungo e rigoroso.

III Avventuriero delle parole e della canzone – Stilografica e macchina fotografica come compagne di viaggio indispensabili, perché legati al piacere della memoria: la canzone, come la foto, rimandano infatti ad un momento passato della nostra esistenza. E se con la scrittura è possibile fotografare i sentimenti, una canzone diventa un’istantanea tradotta in parole. Poeta occasione e fotografo dilettante – ma senza alcun complesso – l’autore racconta di scrivere ancora tutto a mano, come se l’arto fosse il prolungamento del pensiero, l’inchiostro, il sangue della scrittura.

IV Vi sono cose da cui non si guarisce mai – Pur essendo nato a Parigi e considerandosi francese, Aznavour (che è anche armeno da parte di padre e turco da parte di madre) soffre nella carne e nel cuore per le lacune nella storia della sua famiglia e, soprattutto, al ricordo del genocidio del suo popolo d’origine: “Le persone che hanno le mie origini non possono dormire tranquille. I nostri morti non hanno sepoltura”.

V Scrivere, raccontarsi, è utile? - Prigioniero della religione, delle leggi, del senso del dovere verso gli altri, della morale, Aznavour confessa di essere un uomo perpetuamente in collera, ma anche umile, serio sul lavoro, fiducioso, paziente, convinto che quello che doveva succedere un giorno o l’altro sarebbe successo. Fedele a se stesso, al suo pubblico e a tutte le persone con cui ha lavorato; né proletario, né intellettuale, ha navigato nelle acque tiepide della normalità, senza darsi delle arie. Perché fare allora il bilancio prematuro di un’esistenza che non ha niente di straordinario?

VI Specchio, specchio delle mie brame - “Il successo, la gloria non hanno molta importanza e dal mio mestiere credo di non avere più niente da aspettarmi. L’amore e l’amicizia sono le mie ultime risorse. Però è strano! Io che non sono mai stato davvero giovane, oggi ho l’impressione di non essere davvero vecchio. I miei passi sono più prudenti, distinguo meglio ciò che non percepivo veramente quando la mia vista era migliore, mi faccio mille domande per cui non ho risposta…”.
Dopo aver vissuto ogni stagione come fosse un inverno, quello che sta vivendo ora è il suo autunno. Vissuto però con la speranza di poter ancora vivere delle primavere.

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