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Adolfo Kaminsky

La vita di un falsario al servizio di nobili cause: dai documenti per gli ebrei, durante la Seconda Guerra Mondiale, al sostegno dato agli algerini in lotta per l'indipendenza dell'Algeria, fino all'aiuto dato ai combattenti ed ai ribelli di quindici paesi diversi

Ricordare. E raccontare, per non dimenticare.
Prima che sia troppo tardi, prima che tutti coloro che possono ancora testimoniare si spengano, portando con sé la loro storia, i loro segreti e gli enigmi della loro vita.
E’ questo il senso del Giorno della Memoria e, in particolare, del libro che una figlia ha dedicato al padre perché quello che conosceva solo come “papà”, era, secondo i punti di vista, falsario, partigiano, eroe, traditore, agente segreto, fuorilegge, Mudjaid…
La figlia, alla quale il tempo e la morte hanno indicato le ragioni per scrivere un libro sul padre, è Sarah Kaminsky:

“Mi ci sono voluti due anni di ricerche e una ventina di interviste per riuscire a fare la conoscenza di Adolfo Kaminsky; a me che conoscevo solo papà. Decodificare i silenzi, individuare nella musica monocorde dei suoi racconti, ciò che le parole non esprimevano, comprendere le parabole e trovare i messaggi sepolti sotto la serie di aneddoti che hanno riempito i miei quaderni. A volte ho dovuto servirmi dello sguardo degli altri su di lui per comprendere le sue scelte, la sua vita da falsario, la clandestinità, il suo impegno politico, il suo non comprendere la società, la sua volontà di costruire un mondo di giustizia e di libertà”.

Il prologo di Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario (Angelo Colla Editore) si apre con uno scambio di battute – fra l’autrice ed il protagonista. Uno scambio che si ripeterà ancora nel testo, attraverso semplici domande, che rendono più intimo il racconto di una vita vissuta fuori dalla legalità - dagli anni del coinvolgimento nella Resistenza alla fine del 1971, anno in cui Adolfo Kaminsky ha cessato ogni attività politica clandestina.
Come si diventa falsari?
Per caso, ma non del tutto. Senza rendersene conto, infatti, Adolfo ha accumulato una serie di conoscenze che poi gli sarebbero tornate utili, facendo sì che il sogno di entrare nella Resistenza si potesse realizzare. Sono i primi rudimenti dell’arte tipografica, che a tredici anni è già la sua passione, e poi il lavoro come apprendista tintore a nutrire il suo grande interesse per la chimica. Da qui ai primi tentativi con gli inchiostri indelebili – che è sempre riuscito a cancellare – il passo è breve.:

“Mi resi subito conto che si poteva fare qualsiasi cosa, a patto di essere ostinato e di trovare le formule giuste…”.

Figlio di ebrei russi che si erano conosciuti a Parigi ed emigrati poi in Argentina, dove avevano ottenuto la cittadinanza, Adolfo vive da tempo in Normandia con la famiglia quando, nell’estate del ‘43, viene deportato a Drancy, luogo di selezione prima dello smistamento nei diversi campi d’Europa. Una volta liberato, proprio grazie alla cittadinanza argentina, si ritrova in una Parigi dove le leggi antiebraiche infieriscono molto più che altrove. E’ nella capitale che, a soli diciassette anni, riproduce la sua prima carta d’identità, oltrepassando un confine che avrebbe rappresentato l’inizio di una lunga vita da falsario: notti in bianco a riprodurre migliaia di documenti e a superare sempre nuove sfide; sottonutrizione, clandestinità e paura di essere spiati, scoperti, catturati…
Nonostante il rammarico di non aver potuto fare di più, Adolfo ha la certezza di aver contribuito a salvare moltissime vite umane in modo gratuito, senza alcun interesse personale, e, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, riprende le attività illegali. Questa volta l’obiettivo è permettere al maggior numero di rifugiati, per i quali nessuno aveva una soluzione, di ricostruire la propria esistenza in una terra al riparo dalle persecuzioni: emigrare in Palestina – all’epoca ancora sotto il mandato britannico – padroni, per una volta, del loro destino.
Poi l’inserimento in un ‘organizzazione di sostegno agli algerini che si battevano per l’indipendenza dell’Algeria e nuove prove da superare nella falsificazione di documenti sempre più sofisticati.

Persino il ritorno ad una vita “normale” porta con sé qualche difficoltà e conseguenze indelebili:

“Quando si è imparato a vivere con lo stomaco stretto dalla paura, quando si è rischiato la vita e la libertà, quando si sono vissute avventure pericolose, quasi romanzesche, fino ad averne le vertigini, sempre col cuore in gola, essendosi donati a una causa che si riteneva pura, il reinserimento è una prova dolorosa”.

La quotidianità sembra banale, insipida e futile. Sarà anche per questo che, nel 1967, Kaminsky si vede fornire documenti falsi ai combattenti e ai ribelli di quindici paesi diversi, niente in confronto a quello che sarebbe successo negli anni successivi, fino al 1971. Un ritmo, un caos e un isolamento tali che persino la vita privata risente dell’attività intrapresa:

“Feci una constatazione. Ero vecchio, attivo dalla Seconda guerra mondiale, ed ero solo. C’erano molti combattenti per la libertà, ma nel mio campo non c’era nessuno, o quasi. Ogni volta che occorreva, per ogni vita in pericolo, io fabbricavo documenti falsi, ma sempre mi tormentava la stessa domanda: se io avessi smesso, se mi fosse successo qualcosa, chi avrebbe preso il mio posto?”.

Infine, con la decisione di ritirarsi, di regalarsi un nuovo inizio, una vita alla luce del giorno, lontano dall’ombra e dalle fatiche delle lotte clandestine, la possibilità di costruire una famiglia.

Certo, la sua vita di falsario è stata una lunga e ininterrotta resistenza alle disuguaglianze, alla segregazione, al razzismo, alle ingiustizie, al fascismo e alle dittature. Molti non hanno compreso le ragioni del suo impegno dopo la Liberazione, visto che, personalmente, non correva più pericoli, ma le sue motivazioni sono chiare:

“Eppure la mia intima partecipazione a tutte quelle lotte non è stata altro che la logica prosecuzione della mai azione durante la Resistenza. Nel 1944, io avevo capito che la libertà poteva essere ottenuta anche con la determinazione e il coraggio di un pugno di uomini. Quanto all’illegalità, purché non violasse l’onore o i valori dell’uomo, era uno strumento serio ed efficace di cui servirsi.
A modo mio, e con le uniche armi di cui disponevo – conoscenze tecniche, ingegnosità e incrollabili utopie – per quasi trent’anni ho combattuto una realtà troppo dolorosa perché si potesse subirla o star lì a guardarla senza fare nulla, nella convinzione di avere il potere di modificare il corso delle cose, che un mondo migliore restava ancora da inventare, e che potevo dare il mio contributo. Un mondo in cui più nessuno avesse bisogno di un falsario. Lo sogno ancora”.

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