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Un extraterrestre davvero strano

Intervista all'autore di "Parapista che cipista"

Come può essere nata l’idea di questo libro? Ce lo spiega direttamente il suo autore…

Antonino Pingue - Io ho uno zio tutto pazzo che è fissato per le lingue, ne conosce 4 o 5. Una volta a Piccadilly Circus a Londra, si mise a fermare la gente sostenendo che l’iscrizione che si trova al centro della piazza conteneva un errore di sintassi. Figurati gli inglesi che sono così orgogliosi della loro lingua… ci mancò poco che lo arrestassero.
La prima idea è venuta da là.
Ho pensato: e se arrivasse sulla Terra un extraterrestre, pieno di strampalate teorie linguistiche come mio zio, cosa ne salterebbe fuori? Un macello sicuramente! Poi ho inventato Simone, tormentato dalla sua maestra e dalla grammatica che non vuole entrargli in testa. Mi sembravano una bella coppia e ho cominciato a scrivere le loro avventure.
Mi sono ispirato anche alle «tabelline di Corrado». Non so se lo ricordi, ma tanti anni fa uscirono dei 45 giri (cavolo, i 45 giri!) dove Corrado (il presentatore) cantava delle canzoncine inventando una storia su ogni tabellina…. la tabellina del due, la tabellina del tre e così via. Me le regalò mia madre, perché il sottoscritto, come Simone, era piuttosto refrattario alla scuola. Il risultato fu sconvolgente: imparai tutti i ritornelli a memoria e neanche una tabellina. Li trovavo fantastici, una specie di vendetta contro la matematica. Da sganasciarsi dal ridere.

E l’idea di una lingua così strana?

A. P. - Creare una lingua per Lak è venuto naturale. Fin da piccoli ci insegnano che quando incontri una persona devi dirgli: «buon giorno». E quando la saluti: «arrivederci». Ma ci siamo mai chiesti perché bisogna dire proprio così?
Ecco perché nel mio libro arriva, di punto in bianco, un extraterrestre a cambiare tutto. Lui quando saluta dice: «Pazza li panza».
A parte gli scherzi, l’idea di fondo è che le parole, con le loro regole, contro regole, eccezioni, e contro eccezioni, possono essere un’ottima occasione per inventare una storia. Qualcosa del genere l’ha fatta anche Calvino con «Le Cosmicomiche», solo che lì al posto delle parole c’erano le ipotesi scientifiche. Ma il procedimento è uguale. Quello a cui tenevo era dare la sensazione che le parole fossero qualcosa di vivo, piene di segreti, giochi e equivoci. Per questo è così avventuroso poi leggere un libro. Non a caso l’ultima parola che Lak e Simone affrontano è proprio «Libro»… però non vi dico cosa scoprono e dove lo scoprono.

Ma quanto impegno occorre per scrivere un libro così ricco di trovate?

A. P. - Impegno? Tanto! Scrivere è sempre complicato, anzi è proprio uno sport estremo, ma è anche divertente. A questo proposito devo ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato. Penso ad esempio alla mia editor Sarah Farina, a Lorenza Sala, e a tutta la banda che compone la Mursia. Editore in testa.

Il tuo libro sembra però contenere più di un livello di lettura, ovvero un messaggio rivolto anche al lettore adulto…

A. P. - Grazie lo considero un complimento. Io sono partito dal presupposto che i bambini sono piccoli adulti. Ma vale anche l’opposto, davanti ad una bella storia, infatti, diventiamo tutti un po’ bambini. O no?
Quel «qualcosa in più» di cui parli nasce probabilmente dal fatto che la materia riguarda anche noi adulti: quando parliamo, quando scegliamo le parole per far colpo, quando scriviamo una lettera d’amore o un curriculum vitae, siamo tutti un po’ come Lak e Simone. E come loro abbiamo voglia di prenderci le nostre rivincite. In fondo se giochiamo con le parole, se le liberiamo, finisce che liberiamo anche noi.

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