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Il Decamerone delle Donne di Julia Voznesenskaja

Julia Voznesenskaja è una scrittrice "per caso". Femminista di Leningrado, viene coinvolta nei processi del periodo brezhneviano e finisce nel famigerato gulag. Nel 1980 è costretta a lasciare l'URSS e a trasferirsi in Germania. La sua esperienza di militante e d ex-reclusa la porta a scrivere il Damskij Dekameron, in Italia edito da Rizzoli.

L’ispirazione viene proprio dal libro di Boccaccio, la cornice è quella di un ospedale leningradese dove dieci puerpere sono costrette da un’infezione a vivere dieci giorni di quarantena. Una di loro, la regista teatrale Emma, propone di impegnare il tempo tra una poppata e l’altra raccontandosi delle storie sull’amore, gli uomini, la vita. Dieci novelle per dieci giorni, cominciando proprio dal Primo Amore e finendo con la Felicità.

Ma i ricordi hanno ben poco di idilliaco: le storie che leggiamo sono quelle di una vita dura, dove le donne devono lottare giorno dopo giorno per avere conforto e dignità. Il sistema sovietico è l’intruso numero uno, con la burocrazia e l’oppressione quotidiana. Alcune delle protagoniste, come Galina la dissidente, Emma la regista e Nelja l’insegnante di musica, conservano molti tratti autobiografiche. Le altre appartengono a tutte le categorie sociali: Olga l’operaia, Albina la hostess dell’Aeroflot ed ex-squillo per il KGB, Zina la barbona, appena uscita dai campi dei criminali comuni, Natasha l’ingegnere, Larisa, biologa e ragazza-madre, Irina la segretaria e infine Valentina, donna del partito appartenente alla nomenklatura.

Tutte sono unite dalla maternità e dalle esperienze fatte di soprusi, violenze fisiche e morali, amori finiti, mariti deboli e pigri, ricordi di infanzie perdute, segnate dalla guerra. Tra le righe traspare il mito moderno della donna russa, fatta di saggezza antica e nuove conquiste. Ma è l’amore il grande sconfitto del libro: evocato ma bistrattato e soffocato, quello vero è un antico rimpianto. L’eros è trasgressione solitaria, oppure è sesso crudo e negativo. La satira contro il regime diventa solo una componente di un poderoso affresco di una società contraddittoria e quasi senza speranza: i rapporti umani non sono sinceri, l’amicizia fa paura e il valore della solidarietà è l’unica salvezza.

I racconti appartengono alla fine dell’era Brezhnev, la Voznesenskaja scrive nel 1984: il romanzo, una prosa asciutta ed essenziale, senza finezze, vede la luce nei principali paesi europei ed anche la trasposizione teatrale ha grande successo. Il titolo, Damskij Dekameron, vuole ridare dignità alla donna in quanto tale. In russo donna si può tradurre zhenscina (neutro), baba, che è molto popolare e leggermente dispregiativo ed infine dama, la donna per eccellenza. La Voznesenskaja sceglie proprio le “vere donne”, le damy.
Ed è Zina la barbona, rivestita di pizzi dall’uomo che l’ha resa madre, che alla fine definisce la morale del libro: vivere in un modo più umano.
Ma non è la morale che mi interessa: è piuttosto il modo di raccontare la realtà sovietica, per rileggere questi racconti alla luce dei cambiamenti storici e sociali intervenuti nel dopo-URSS, e infine per interrogarsi sul ruolo della passione e l’eros nelle società postmoderne. Un libro scritto con le viscere, come i neonati che appaiono timidi alla fine di ogni giornata, consolazione e affanno, futuro che si rinnova oppure l’eterno ciclo vitale.