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Che cos'è un'icona

Come ci insegna Internet, l'icona è un'immagine. Ed e' il fulcro della religione ortodossa, ovvero della religione professata in Russia e nella Slavia orientale (Bulgaria, Serbia, Macedonia) oltre che in Grecia, Cipro, Romania e nelle piccole comunità rimaste in Turchia e in Asia MInore. Senza escludere la diaspora ortodossa in America e in Australia.

Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Le icone sono delle rappresentazioni sacre dal carattere misterico e trascendente. Non si esprimono con il linguaggio delle immagini terrestri.
La comprensione delle icone può risultare difficile, visto lo speciale modo di raffigurazione dello spazio, delle persone e degli oggetti che si trovano in questo spazio.

L’iconografia nell’antica Rus’ era una cosa sacra. Da una parte, seguire il canone impoveriva il processo creativo, in quanto l’iconografia di un’immagine era già creata. D’altra, però, questo fatto costringeva il pittore a mettere tutta la sua arte nel focalizzare l’essenza di un paradigma già dipinto. La pittura di icone (anche se è più corrette parlare di scrittura di icone) storicamente nasce dalla tecnica dell’affresco, ma si è evoluta in maniera abbastanza complessa. Le tradizioni toccavano non soltanto l’iconografia, ma anche la scelta del materiale sul quale le icone erano dipinte (la tavola non poteva incurvarsi), il materiale del fondo (mestica), il modo di preparazione della superficie per il dipinto, la tecnologia di preparazione dei colori, la sequenza della pittura.

La stesura dell’oro sul disegno, fatto a matita e poi inciso con un ago, costituisce lo sfondo. L’artista dell’antica Rus’ dipingeva servendosi di colori fatti con polveri naturali mescolate al giallo d’uovo. Terminata la pittura, si applicava sulla superficie uno strato protettivo, composto del migliore olio di lino e di varie resine, come l’ambra gialla. Questa vernice imbeve i colori e ne fa una massa omogenea, dura e resistente.

Per capire le icone bisogna sapere come nel Medioevo la gente percepiva e capiva il tempo. Le differenze nella comprensione del tempo nell’Europa Occidentale e in Bisanzio si sono formate nel periodo del Rinascimento, quando l’Europa, a differenza di Bisanzio, ha iniziato il cammino verso una nuova concezione del mondo. Dopo la temporanea conquista di Costantinopoli da parte dei crociati nel 1204, la separazione di Bisanzio dall’Europa è diventata ancora più profonda e inconciliabile anche se lo scisma tra Chiesa d’oriente e d’occidente risaliva già al 1054 d.C.

Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture. Il luogo liturgico fondamentale delle icone è il tempio e, nel tempio, anzitutto liconostasi, cioè la parete che separa i fedeli dal santuario ove si celebra il sacrificio. Le icone sono collocate nell’iconostasi secondo un ordine stabilito.
Nell’iconostasi ci sono tre porte. La porta centrale, a doppio battente, è chiamata porta santa, ed è proibito a tutti entrare attraverso di essa, fuorché ai chierici. A destra si trova la porta meridionale, chiamata anche porta diaconale, a sinistra la porta settentrionale.

Essendo non soltanto il frutto di un’ispirazione artistica e di una certa libertà nella tecnica, ma anche l’espressione di una tradizione ecclesiale, le icone -stando al II Concilio di Nicea (787 d.C.)- possono essere considerate autentiche solo se vi è un consenso della chiesa.

Tre sono le caratteristiche fondamentali di tutte le icone:

la luce, in quanto la luce naturale non ha alcun valore. Tutti i colori terreni sono soltanto luce e colori riflessi; nell’icona quindi non c’è ombra o chiaroscuro; il fondo e tutte le linee, le sottolineature d’oro vogliono proprio significare una luce sovrannaturale, la grazia che porta la luce di Cristo. Nell’iconografia ha trovato la sua espressione un insegnamento ortodosso – l’esicasmo: Dio non si può conoscere nella sua essenza. Però Dio si manifesta con la sua grazia attraverso un’energia divina, che Lui effonde nel mondo sotto forma di luce;

la prospettiva è rovesciata, poiché le linee si dirigono in senso inverso rispetto a chi guarda, cioè non verso un punto di fuga dietro il quadro, ma proprio verso un punto esterno, che avvicina le linee allo spettatore, dando l’impressione che i personaggi gli vadano incontro (i profili infatti non esistono, se non per indicare i peccatori, né la tridimensionalità, in quanto la profondità viene data solo spiritualmente, dall’intensità degli sguardi);

le proporzioni delle figure, la posizione degli oggetti, la loro grandezza non sono naturali (pesi e volumi non esistono), ma relative al valore delle persone o delle cose: non esiste naturalismo o realismo (cioè la ritrattistica), ma solo simbolismo.

Il corpo, sempre slanciato, sottile, con testa e piedi minuscoli, è disegnato a tratti leggeri, e il più delle volte segue le linee delle volte del tempio, in quanto la pittura dipende dall’architettura.

Tutto comunque è dominato dal volto, perché è da qui che il pittore prende le mosse. Gli occhi sono molto grandi, fissi, a volte malinconici, sotto una fronte larga e alta; il naso è allungato, le labbra sono sottili, il mento è sfuggente, il collo è gonfio. Tutto per indicare ascesi, purezza, interiorità.
Altro aspetto frequente che si trova nelle icone è la simmetria, che indica un centro ideale al quale tutto converge.

In Europa occidentale l’iconografia è rimasta sostanzialmente di tipo bizantino sino a Duccio di Boninsegna e Giotto, cioè sino al momento in cui si è cominciato a introdurre la prospettiva della profondità, il chiaroscuro naturalistico, il realismo ottico. E le icone si sono trasformate in quadri di soggetto religioso… Ma ancora in Masaccio si possono apprezzare caratteristiche iconiche.

I monaci iconografi sono perlopiù sconosciuti, visto il carattere non artistico delle loro opere. ma alcuni nomi, come quello di Andrej Rubljov (nato intorno al 1360), sono immortali.