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La storia del conflitto russo-ceceno

Da un articolo di Stefano Malatesta apparso su Repubblica ripercorriamo vicende che intrecciano questo e l'altro secolo. Le ragioni di un odio e di un conflitto che conta quasi due secoli di vita, con episodi di inaudità crudeltaà e tragica poesia.

La resa definitiva della Cecenia all’impero russo risale al 1859, quando l’imam Shamil si consegnò al principe Barjatinskij, dopo una guerra durata oltre trent’anni a difesa delle proprie montagne. Le trattative tra Shamil e i russi erano state svolte dal generale armeno Lazarov, perchè i ceceni provavano un tale disprezzo per i russi da non accettare interlocutori di quell’etnia, anche se erano i vincitori. Shamil, chiamato dagli inglesi, suoi ex-alleati, il Leone del Dagestan - terra musulmana contigua alla Cecenia e foriera oggi dello stesso destino esplosivo - temuto e odiato dai russi, fu costretto alla protezione dello zar e visse nei pressi di Mosca.
Shamil è la pronuncia daghestana del
nome arabo Samauwal (Samuele). Morì a Medina il 4
febbraio 1871, quando, ormai
settantaquattrenne, stava effettuando un pellegrinaggio in Arabia.

La vicenda di Shamil ripercorre le vicende degli ultimi anni: sono diverse le persone, le tecnologie; il petrolio invischia tutto con la sua ricca minaccia ma la tattica da guerriglia, la determinazione e il fanatismo dei montanari ceceni sono gli stessi. La Cecenia sembra un luogo stregato e maledetto per i russi, uno di quei luoghi destinati dalla storia a conflitti perenni, come l’Afghanistan, o il Medio Oriente. Il territorio accidentato e impervio ha frammentato i gruppi ceceni in microetnie che parlano trecento dialetti (lingua franca della regione è sempre stato l’arabo, in parte sostituito poi dal russo dei conquistatori); sembra impossibile pensare a un governo comune che non sia quello basato sulla solidarietà tribale.
Del resto il Caucaso, crocevia di tutti i conquistatori, da Alessandro a Gengis Khan e Tamerlano, oggi è al centro degli interessi russi, americani, islamici (i finanziamenti dei movimenti wahabiti più radicali rimpinguano la guerriglia, e spesso questo si traduce in sonanti dollari sauditi, mentre l’esercito russo è imponente anche nel suo declino). Se gli eserciti dei conquistatori dilagavano nelle vallate, le montagne sono sempre rimaste inaccessibili, regno dei giovani ceceni addestrati al furto, alla vendetta e all’imboscata, armati dei kinjals, le daghe ricurve e dei loro resistenti cavallini. Agilissimi guerrieri e cavalieri mitici: i russi rispettavano queste loro qualità che derivavano da un’antica origine nomade. Gli istinti ceceni erano quelli della libertà e di un senso indomabile dell’indipendenza.
Quando arrivano i russi con l’imperatore Nicola I, l’assalto è imponente: nel 1832 c’erano già 50.000 soldati e altri 25.000 stavano giungendo al comando del mitico generale Ermalov, alle cui imprese si era ispirato perfino Pushkin.
La colonizzazione russa fu subito pesante: il territorio fu trasformato dai fortini di legno e dal disboscamento per la messa a coltura di ciò che i contadini russi mangiavano da secoli, cavoli sopratutto. Un’espansione di tipo pionieristico che mise a dura prova un popolo mai sottomesso da alcuno e che innescò la resistenza guidata da Shamil, un leader fanatico appartenente alla setta dei guerrieri sacri, i Muridi.
La guerra non vide mai battaglie in campo aperto, ma uno stillicidio continuo di agguati. I ceceni si nascondevano nelle foreste e attaccavano ogni giorno pattuglie russe come se fosse una banale caccia in montagna. I cosacchi, cavalieri abili e spregiudicati quasi quanto i ceceni, riuscivano a catturare qualche cecchino e le teste mozzate diventavano i macabri trofei dall’una e dall’altra parte. Il Caucaso non raccoglieva l’invito di Pushkin, uno dei suoi cantori: Shamil aveva potere assoluto sul suo esercito, conduceva una disciplina feroce e non esitava a ricattare i suoi uomini. Il suo massimo successo arrivò nel 1843, quando conquistò 12 fortini russi uccidendo 2500 nemici.
Ma anche i russi si adattarono alla guerra senza regole, spingendosi a rapire perfino il figlio maggiore di Shamil, Jamal-Al-Din, che fu allevato a corte e divenne un abile affascinante ufficiale della cavalleria russa. Per riavere il figlio, Shamail sequestrò tutte le donne di una famiglia georgiana cara agli zar. Ma Jamal, riconsegnato al padre in una grotta del Caucaso, non apparteneva più al mondo dei suoi padri.

Il Caucaso, terribile, affascinante, romantico… Una guerra infinita che abbraccia il destino di due popoli, piena di contraddizioni, interessi oscuri, imprese terribili. Dove gli spiriti funesti di Shamail e Ermalov ancora aleggiano…