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Che cos'é la Cultura Sarda

Un'importante riflessione contro i più comuni pregiudizi che circondano la Lingua, la Letteratura e la Cultura della Sardegna. Da La rivolta dell'oggetto. Antropologia della Sardegna di Michelangelo Pira.

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Cultura sarda fu, anche nel passato, quella sia orale sia scritta prodotta dalle comunità interne ma anche da autori cagliaritani, sassaresi, nuoresi sia in sardo sia in italiano:

dunque non soltanto gli Statuti Sassaresi, la Carta de Logu, le Carte Volgari di Cagliari, il poema sui Martiri Turritani, e tutta la poesia in lingua sarda (compresa la traduzione della Divina Commedia e compresi ovviamente i Condaghi), bensì anche tutti i libri e giornali scritti dai sardi in lingua italiana o anche scritti da autori non sardi sulla Sardegna e persino libri e giornali non riguardanti in modo specifico l’Isola ma che in essa abbiano circolato intensamente.

O si vuol escludere dalla cultura sarda quel che essa ha espresso o assorbito in lingua italiana?

Di passata — ma sarà opportuno non trascurare questa constatazione — è da notare come l’area di espansione e di più intenso e significativo ricorso all’uso scritto del sardo abbia coinciso nel passato con quella della espansione e della presenza di testi scritti nelle lingue dei dominatori esterni.

Non per caso la cosiddetta “marsigliese sarda”, l’inno popolare della rivoluzione capeggiata da G. M. Angioy contro l’oppressione feudale, fu composto nel 1794, non da un poeta analfabeta della Barbagia, ma da un cavaliere istruito, legale e membro dello stamento militare, come attesta Giuseppe Manno.

Il fenomeno sta ad indicare che proprio all’interno dei gruppi che più intensamente sperimentavano il contatto diretto con la dominazione esterna (per il fatto di cadere nell’area meglio controllata da quest’ultima) era più acutamente sentito il bisogno della ricomposizione della propria identità culturale altra da quella degli invasori.

Di fatto erano proprio questi gruppi ad occupare la prima linea della resistenza ed a condurre una lotta efficace appropriandosi gradualmente anche dei media del dominatore a cominciare dalla scrittura, per usarli appunto in funzione resistenziale.

Per il fatto di non essersi cristallizzato ma di aver avuto una graduale evoluzione nel contatto con lo spagnolo e con l’italiano oggi il dialetto di Cagliari resiste meglio di quelli delle zone più interne; può dirsi altrettanto del folklore urbano.

In questo senso sono da segnalare soprattutto le ricerche di Francesco Alziator appunto sul folklore cagliaritano più immediatamente rivelatore della presenza di elementi indotti dall’esterno ma assunti e dominati nei codici locali.

I gruppi subalterni urbani facevano la storia della Sardegna più di quegli altri residenti in zone sulle quali le carte del Cinquecento segnavano «Popoli non conquistati che non pagano le tasse ». Gli ingegneri piemontesi lo scrivevano sulla Nurra ancora nel XVIII sec.

Possiamo ipotizzare un continuum avente: nel Breve di Villa di Chiesa, scritto in lingua pisana, ma mai in lingua sarda e dettato nel contenuto dalla cultura esterna, il documento più significativo di una presenza che non si lascia condizionare dalla cultura locale;

nel Codice degli Statuti del libero Comune di Sassari (del quale secondo quanto risulta da un decreto emesso da Filippo II di Spagna nel 1565 alcuni capitoli erano stati tradotti «en llengua jenovana o italiana»), nel quale la lingua usata è il sardo logudorese ma i contenuti sono fortemente condizionati dalla cultura e dagli interessi della Repubblica di Genova, dobbiamo vedere un documento intermedio, di compromesso;

nella Carta de Logu che presenta forma linguistica sarda e anche contenuti coincidenti con le consuetudini sarde, il polo opposto del documento iglesiente.

Come quest’ultimo esemplifica il radicarsi della cultura esterna dentro la Sardegna e testimonia l’apparizione di una stratificazione sociale indotta dall’esterno, così la Carta testimonia una tendenza opposta, costituendone anche il momento più alto: la tendenza alla ulteriore esperienza giuridica dell’ordinamento consuetudinario interno.

Non essendo più il frutto di un bricolage normativo comunitario, ma essendo dettata da un Principe la Carta rivela la presenza di una stratificazione sociale per così dire autonoma, non indotta da una dominazione esterna; e, dunque, la presenza di un processo dialettico, politico, molto interno all’Isola.

La Carta è frutto di un salto qualitativo nell’esperienza giuridica, dalla consuetudine alle qualità formali della legge, alla quale la scrittura offre, per la prima volta in sardo, il carattere dell’alta definizione…

La caduta del Marchesato di Oristano e l’avvento della dominazione spagnola in tutta l’Isola interrompono così questo processo di emersione della lingua sarda alla comunicazione scritta come il processo di autonoma crescita politica del potere locale.

Muore l’autonomia politica isolana e il potere esterno estende a tutta la Sardegna una lingua altra da quella sarda, costringendo quest’ultima ad una recessione di fatto.

Si espande nelle classi superiori il bilinguismo, per non scomparire mai più.

Michelangelo Pira, La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna, Giuffrè Editore, MI 1978

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