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Tutto il miele è finito

Mi si volgeva in mente il ritmo di un canto funebre ascoltato a Orune, dove il morto, il figlio, è il miele della casa, che la padrona ha perduto.

miele-finito Carlo Levi è stato molto più di un semplice scrittore. Fu un artista eclettico e allo stesso tempo un giornalista e narratore di ampio respiro che amava conoscere le cose in profondità. Nato a Torino nel 1902, fece parte di quel movimento culturale ed allo stesso tempo politico che fermentò nella città piemontese nella prime parte del Novecento.

Laureatosi in medicina, scelse invece la doppia attività di pittore e giornalista: pittura e scrittura erano per lui massima espressione di libertà. Tale idea, non solo estetica ma soprattutto politica, lo mise in contrapposizione col regime fascista che in lui vide un potenziale nemico da inviare al confino in Lucania, esperienza che egli seppe trasformare abilmente in quello splendido romanzo intitolato Cristo si è fermato a Eboli.

La conoscenza delle condizioni di vita delle popolazioni meridionali italiane abbandonate dallo Stato fece da stimolo alla sua attività artistica: sia nella pittura che nella scrittura egli infatti trasferì quel realismo filtrato dalla retorica modernista e futurista che annebbiava le menti con sogni di gloria e velocità.

La realtà del paese era un’altra: a sud di Eboli neanche Gesù Cristo era sceso mai.

Questo suo interesse per le problematiche meridionali e per le contraddizioni della ricostruzione e dell’industrializzazione lo spinsero ad effettuare dei viaggi nel sud Italia e nelle isole, reportage che trasformò in articoli e libri di grande interesse e profondità come Le parole sono pietre e Il futuro ha un cuore antico.

E proprio da due viaggi in Sardegna, il primo nella primavera del 1952 e il secondo durante l’inverno del 1962, Carlo Levi ricavò il materiale che utilizzò per scrivere Tutto il miele è finito, pubblicato per la prima volta nel 1964:

Mi si volgeva in mente il ritmo di un canto funebre ascoltato a Orune, dove il morto, il figlio, è il miele della casa, che la padrona ha perduto. Lo avevo trascritto sul mio taccuino con altri, ma già più non lo intendevo del tutto nella sua lingua sarda. Tornai a decifrarlo con l’aiuto degli amici. C’era il miele prezioso, pulito e netto, c’era la volpe della morte che compariva in fine. Discutevamo le parole, la grafia, il senso. Era un lungo attittu, che cominciava, all’incirca così:

Biditela sa mere
ande cheres de mele
si’nde cheres de latte
como tinne dat attere.

Su mele puzoninu
chi como t’es finidu

su mele de sa chera
chi bundabat che bena.

como pius non d’asa
totu inidu che l’asa.

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