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La tutela e la valorizzazione della Lingua Sarda possono partire solo dal rispetto delle varianti e delle parlate locali

Nuoro, Fonni e Ghilarza: tre casi di incomprensione tra studiosi e gente comune.

fueddada
Se non sbaglio era il 2003 o giù di lì. Stiamo arrivando a Nuoro. E i nuoresi ci danno il benvenuto nella loro città, importante centro culturale per tutta la Sardegna e non solo. Ci danno il benvenuto in Lingua Sarda: Bene bennidos.

Esatto, così recita un cartello color marrone con la scritta in bianco: Bene bennidos. Quel cartello l’ha messo lì s’Ufìtziu de sa limba sarda.

Peccato però che i nuoresi abbiano sempre detto Bene bennios senza la lettera “d”.

Peccato, perché l’esordio della proposta linguistica regionale allora denominata Limba Sarda Unificada riuscì a spaccare il movimento di tutela e valorizzazione della Lingua Sarda e ad allontanare molte persone dalle questioni politiche relative al sardo.

Infatti, già dal 2003, al di là della bontà e della correttezza scientifica della politica linguistica di turno, ciò che rimane di quell’esperienza sono i cartelli con correzione “fai da te”: Nùgoro - Bene benni#os.

In questo caso la grafia non c’entra niente. E quella lettera “d” cancellata dai nuoresi fu il simbolo della poca attenzione da parte dei burocrati della Limba Sarda nei confronti delle varietà locali.

Mancò il rispetto nei confronti della gente comune che un po’ allibita si chiedeva: “ma come, questi studiosi ed esperti di Lingua Sarda dovrebbero tutelarla e valorizzarla, cercare di non farla sparire di fronte all’imperare dell’italiano e cosa fanno? Si comportano peggio di loro!”

Una cosa simile è successa anche a Fonni, paese montano che da poco ha ospitato la Conferenza annuale regionale della Lingua Sarda intitolata “Una lingua normale“.

L’Ufìtziu de sa limba sarda pose il cartello bianco col nome del paese in nero: Fonne. Ma i fonnesi la lettera “f” non la pronunciano, e quando chiamano la loro luogo natio in Lingua Sarda dicono Onne.

Pertanto, anche alle porte del paese qualcuno manifestò la propria perplessità e il cartello assunse la forma della parlata locale: #ONNE.

L’ultimo esempio, abbastanza recente, a Ghilarza. Il comune decide di porre all’ingresso del paese anche il nome in Lingua Sarda e chiede agli esperti del locale Sportello linguistico: Bilartzi è la risposta. Rigorosa da un punto di vista scientifico, ma che riesce a trasformarsi in un’offesa per gli abitanti del paese dove visse Antonio Gramsci.

Infatti loro, le persone che a Ghilarza ci sono nate e ci vivono, il loro paese lo chiamano Ilartzi senza la lettera “B”. Anche qui il cartello diventa #ILARTZI.

Un problema di grafia? Forse. Ma più di ogni altra cosa un problema di identità: l’identità sarda di ognuno di noi parte dall’identità culturale e linguistica della nostra città o paese di origine.

Prendiamo il caso di Fonni o di Ghilarza: Fonne e Bilartzi sono giusti da un punto di vista scientifico, ma la gente del posto non si riconosce in quei nomi. Onne e Ilartzi sono anch’essi giusti da un punto di vista scientifico ed inoltre la gente si riconosce in essi.

Esempi che sembrano non solo non tener conto dei riscontri emotivi e simbolici nell’utilizzo e nella scelta dei termini e delle parole, ma addirittura mettere in crisi quel fondamentale rapporto tra la lingua e le persone che quella lingua la parlano.

Come ha scritto in modo esemplare Bachisio Bandinu “l’insegnamento del sardo nelle scuole parte dalla parlata del proprio paese nel confronto con altre varietà. Immediatamente dopo ci si avvia verso la definizione di una koinè, di una lingua comune”.

Alla Lingua Comune ci si può arrivare per gradi. Ma è fondamentale che non si camuffino questioni di linguistica e grafia con questioni politiche e stupide guerre sulla presunta superiorità di una variante locale su un’altra.

E la tutela e la valorizzazione della Lingua Sarda possono partire solo dal rispetto delle varianti e delle parlate locali, non a parole ma coi fatti.