Il meccanismo base della lingua

Linguistica generale

Tutto il meccanismo del linguaggio poggia su opposizioni foniche anche se minime, e sulle differenze concettuali che esse implicano, per esempio in francese “père” e “mère” sono due segni comportanti ciascuno un significato ed un significante, distinti tra loro solo dal suono iniziale mentre il resto del continuum fonetico è identico.
Questo ci fa capire che nella lingua, come in ogni sistema semiologico, il segno esiste in quanto si differenzia e si oppone agli altri; allo stesso modo in una scacchiera non importa quale pezzo rappresenti il re, l’importante è che esso si distingua dagli altri pezzi.
Le opposizioni fonetiche non riguardano solo la diversità delle consonanti ma tutta una serie di opposizioni riguardanti la lunghezza di un suono (o il suo raddoppiamento, si confronti ad esempio “tuta” e “tutta”), la tonalità, l’accento, ecc.
Lingue come il latino, il greco e il sanscrito conoscono l’opposizione tra vocali lunghe e brevi, e spesso la sola quantità (o lunghezza) della vocale svolge una funzione distintiva all’interno di due parole apparentemente identiche; ad esempio: in latino abbiamo “s” (= bocca) con la “o” lunga e “s” (= osso) con la “o” breve. Quando il latino comincerà a perdere il senso della quantità vocalica, comincerà a perdere anche la capacità di distinguere (senza l’aiuto del contesto) parole che hanno lo stesso continuum fonico, e spesso tale processo culmina con l’eliminazione di uno di questi termini ormai identici e sostituito con uno diverso; infatti “s” (= bocca) sarà sostituito da “bucca”, ma sopravviverà in altre parole quali ad esempio “orale”.
In italiano si è venuta a formare un’opposizione tra consonanti semplici e doppie, esempio: “fato”/”fatto”; addirittura in questo particolare caso è riscontrabile anche un’opposizione di tipo quantitativo poiché la “a” di “fato”, in sillaba aperta, risulta più lunga della “a” di “fatto” che si trova in sillaba chiusa.
L’italiano presenta opposizioni anche tra parole identiche che però hanno l’accento in posizioni diverse, ad esempio “àncora” ed “ancòra” o “capitàno” e “càpitano”.
Altre lingue come il cinese, il thailandese ed il vietnamita utilizzano in funzione oppositiva la diversa tonalità con cui pronunciano parole composte dagli stessi suoni: il cinese, ad esempio, distingue nella pronuncia la parola “ti” (= muschio) da “tài” (= troppo) utilizzando una diversa intonazione; graficamente, invece, le due parole sono distinte rispettivamente dagli ideogrammi e . Il thailandese si comporta in modo analogo distinguendo “ma” (= venire) da “ma” (= cavallo), ed anche il vietnamita che sfrutta la diversa pronuncia tonale per distinguere “tào” (= io) da “to” (= creare).
Il coreano ed il giapponese hanno diverse parole omofone ma essendo lingue polisillabiche e non tonali non possono distinguere le une dalle altre se non ricorrendo al contesto, inoltre non distinguono nella pronuncia la “r” dalla “l”; infatti il carattere giapponese può essere letto indifferentemente “ra” e “la”, così come il carattere coreano può essere letto “r” o “l”. Questo è possibile perché entrambe le lingue non attribuiscono valore distintivo a “r” ed a “l” considerate equivalenti, quindi una parola giapponese come “kokoro” (scritto anche ) può essere pronunciato in modo simile a a “kokolo” senza correre il rischio di confonderla con un’altra, proprio perché la “r” e la “l” non sono opposte nel sistema fonetico giapponese, ma considerate come un unico segno fonetico.
In una lingua indoeuropea come l’italiano od il greco la situazione sopra esposta comporterebbe un’incredibile confusione tra coppie di parole, basti pensare a “rana”/”lana”, “rima”/”lima”, ““/”“, proprio perché entrambe le lingue presentano una netta opposizione tra “r” e “l”.
In conclusione bisogna precisare che il discorso dell’opposizione di un segno linguistico rispetto ad un altro non è sempre valido, infatti in un sistema linguistico è possibile incontrare spesso parole identiche inn tutto e per tutto anche se con significato diverso; un esempio in italiano è la parola “cane” che può indicare sia l’animale sia la parte di un’arma da fuoco, in questo caso possono essere distinte solo nell’ambito del contesto in cui sono inserite.

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