Lingua e pensiero

La molteplicità delle lingue riflette altrettanti schemi di pensiero

È molto diffusa l’idea che per apprendere una lingua sia sufficiente imparare il lessico e la sua morfologia e un po’ di sintassi. In realtà le cose sono molto più complesse perché non impariamo prima di tutto a pensare nella lingua che stiamo imparando, per lo più ci limitiamo a pensare la frase che vogliamo dire nella nostra lingua madre e poi tentiamo di renderla nella lingua in cui ci vogliamo esprimere; questo processo comporta in realtà uno sforzo maggiore che tentare di pensare in un’altra lingua cercando di comprendere il valore semantico di ogni parola evitando di accostarla costantemente a quella corrispondente della nostra lingua madre.

Se poi applichiamo questo sistema errato nel tentare di parlare lingue non indoeuropee il problema si complica perché spesso si trovano sistemi linguistici che organizzano il pensiero in maniera molto diversa dal nostro.

È generalmente diffusa tra gli studiosa l’opinione che sia stata proprio l’invenzione del linguaggio articolato a far sì che il pensiero dell’uomo si coordinasse in schemi precisi (provate a pensare a quello che dovreste fare domani senza usare nella vostra mente le parole… vi risulterebbe alquanto difficile se non impossibile!); ma poiché la lingua è collegata col pensiero e vista la molteplicità delle culture e quindi di processi mentali diversi, non dovrebbe sorprendere più di tanto che ogni lingua, nella sua struttura, riflette un tipo di pensiero differente. Per andare nel concreto passo ora ad esaminare alcuni interessantissimi esempi.

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Generalmente le lingue indoeuropee e quelle semitiche distinguono due o tre generi grammaticali: maschile, femminile e neutro; spesso questa suddivisione è arbitraria e non rispecchia la realtà, basti pensare che il termine tedesco per bambino è “kind” neutro! Certe gruppi linguistici africani (bantù) distinguono tra nomi di piante, di oggetti lunghi e sottili, nomi di animali, nomi astratti in genere, nomi di frutti, nomi relativi alle attività umane, etc.. altre lingue come il giapponese, il coreano, il cinese, il thailandese ed altre del sud-est asiatico non operano alcuna distinzione.

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In eschimese esistono, ad esempio, diversi modi per indicare l’acqua a seconde del suo stato: “acqua” è solo l’acqua da bere, ma l’acqua del mare ha un termine ed un concetto diversi; o addirittura si distingue tra “neve”, “neve accumulata in genere”, “neve per terra”.

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In alcuni idiomi degli indiani del Nord America non basta di re “uomo” per indicare l’uomo, bisogna specificare tutta una serie di concetti che a noi appaiono inutili, scontati o ricavabili dal contesto della frase; ad esempio: specificare se l’uomo si trova in un luogo preciso o indeterminato, se è vicino o lontano da chi parla, se è visibile o non si vede, il suo stato sociale.

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Le lingue degli indiani nordamericani e i dialetti degli zingari europei, pur appartenendo a gruppi linguistici completamente diversi, hanno un carattere descrittivo e poco astratto (tipico dei popoli nomadi). Viceversa le lingue appartenenti a culture molto avanzate già nel passato hanno sviluppato un’estrema capacità di esprimere concetti astratti e filosofici: il greco, il sanscrito, il tedesco (grazie ai numerosi pensatori e filosofi di lingua tedesca), altre risultano brevi, pratiche ed essenziali nell’espressione come il latino arcaico parlato dai pastori del Lazio antico, o la lingua dei galli.

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In alcune lingue alcuni concetti per noi separati sono fusi in un unico termine; in sanscrito “danzare” e “recitare” è un unico verbo “nrtyati”; in cinese “verde” e “azzurro” sono spesso indicati da un solo termine e da un solo ideogramma

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