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Il latino parlato

Alcuni costrutti propri del latino comunemente parlato

Il latino morfologicamente si configura in modo più regolare del greco, ma presenta una notevole complessità sintattica, infatti tende ad una struttura di tipo centripeto con frasi principali attorno alle quali ruotano tutta una serie di proposizioni subordinate; il greco ha invece una struttura di tipo centrifugo con frasi indipendenti ma contestualmente collegate fra loro.

Nel latino parlato questa struttura complessa viene spesso messo meno e si tende ad un’abbondanza di espressione brevi soprattutto di domande e risposte; tra i costrutti propri del linguaggio parlato troviamo l’accusativo prolettico che anticipa e integra quello che si dice nel resto della frase, perché il parlante vuole arrivare subito al punto.

Il nominativo pendens (o assoluto) è invece una specie di anacoluto per cui il nominativo viene collocato in isolamento all’inizio della frase per essere poi ripreso, di norma mediante un pronome che non si accorda per caso col nome suddetto. Ad esempio: magister tuus, placemus illi “il tuo maestro, noi cerchiamo di piacergli”.

Un’altra importante caratteristica del latino parlato - che porterà verso il latino volgare vero e proprio sfociando infine nelle lingue romanze - è lo sgretolamento delle forme organiche per esigenze di lingua parlata; esempi: il perfetto passivo di veho fu vectus fui invece di vectus sum, perchè il participio perfetto (vectus) assunse valore attributivo. E ancora: porta clausa est veniva tradotto “la porta è chiusa” non la porta “fu chiusa”. Anche il futuro arganico comincia aperdere terreno, ormai si tende ad evitare forme come amabo o legem in favore di amare habeo da cui “amerò” e legere habeo da cui “leggerò”.

La formazione dell’articolo dal pronome dimostrativo è descritta in un altro mio intervento di cui fornisco sotto il link.

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