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La Leggenda del Caffe' - 2

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Di conseguenza, egli fece bollire i frutti spezzettati, dal momento che oltre al nocciolo essi non contenevano molta polpa, e ingoiò coraggiosamente l’infusione-purea: non era proprio niente di speciale.

Ricordatosi improvvisamente che, a volte, si facevano grigliare i cereali per renderli più appetitosi, mise nella brace i noccioli, che produssero un aroma squisito, anche se ormai somigliavano a sterco di capra!
Li macinò con una pietra e ne fece una pappa liquida, simile a bitume, che zuccherò con miele tanto era amara.

Pochi istanti dopo, il cuore gli batteva talmente che dovette stendersi, ma, invece di dormire, si sentiva straordinariamente lucido. Il suo cervello,ridiventato attivo come negli anni della giovinezza, era pieno di pensieri folgoranti. Quest’uomo, già notevole di per sé, divenne ancora più intelligente. Per tutta la notte, invece di sentire sonno e stanchezza per il fatto di non avere dormito, gli sembrò di poter conquistare l’universo. Quando suonò l’ora della preghiera di mezzanotte egli era l’unico in tutto il convento ad essere completamente sveglio. Come di consueto, gli altri religiosi arrivarono borbottando per compiere le loro usuali devozioni. Lo studioso distribuì loro ’infuso e, in tutti, si verificò un miracolo.

Ci si accorse in seguito che l’albero di Caffa aveva anche proprietà terapeutiche contro gli accessi febbrili. Pieni di riconoscenza, i monaci diedero a questa bevanda il nome di qawah, che, con un triplice gioco di parole, significa «ciò che eccita, ciò che permette allo spirito di levarsi in volo», e si riferisce anche al nome di Kawus Kai, grande re persiano che, secondo la leggenda, aveva saputo liberarsi dai limiti della sua forma terrestre e volare in cielo con il solo aiuto del proprio pensiero.

Questa storia è riportata da Antonio Fausto Naironi, un dotto maronita che insegnava siriano all’Università di Roma verso il 1670 e che scrisse il primo libro sul caffè. Nel secolo seguente, gli enciclopedisti francesi, Diderot e d’Alembert, anch’essi molto amanti del caffè, riscoprirono un passo dell’Odissea in cui pare si parli del caffè.
Elena di Troia avrebbe conosciuto dei chicchi «offerti dalla regina d’Egitto Polidamna e, avendoli messi in un recipiente…», ne avrebbe fatto un filtro utile non solo a combattere il sonno ma, soprattutto, ad arrestare il pianto.

Ciò è quanto afferma il canto IV dell’Odissea, in cui la bella Elena riesce così a calmare la disperazione di Telemaco e dei suoi compagni, affranti per la sparizione di Ulisse. In seguito, è stato scientificamente provato che una dose di caffeina blocca quasi immediatamente le secrezioni delle ghiandole lacrimali e fuga la tristezza.

Elena di Troia avrebbe in effetti potuto conoscere il caffè, dal momento che gli achei commerciavano con l’Egitto e che alcuni prodotti arrivavano loro perfino dalla Nubia, grazie al commercio delle carovane o all’organizzazione
dei famosi «popoli del mare». Alcuni sostengono che si possa trattare anche della noce di kola, molto amata dagli africani e ancora piu’ ricca di caffeina. Comunque, si puo’ sognare anche rimanendo svegli, dal momento che i turchi raccontano perfino che la prima tazza di caffe’ storico sarebbe stata offerta
dall’Arcangelo Gabriele al profeta Maometto stanco per le notti trascorse in preghiera.

Tratto da Storia Naturale & Morale dell’alimentazione di Maguelonne Toussaint-Samat - Sansoni Editore)

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