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'E butteglie di pomodoro e 'o pranzo dell'Assunta

Da una testimonianza raccolta da Cecilia Coppola, sul numero di agosto 2009 di “Surrentum“. Cecilia ama raccogliere storie golose, e narrarle nel suo inconfondibile modo. Stavolta parliamo[...]

cecilia coppola

Da una testimonianza raccolta da Cecilia Coppola, sul numero di agosto 2009 di “Surrentum.
Cecilia ama raccogliere storie golose, e narrarle nel suo inconfondibile modo.
Stavolta parliamo delle conserve di pomodoro che dalle nostre parti vengono preparate proprio di questi tempi.
Chi racconta e’ Pasquale Cesarano un simpatico signore che ha affidato alla penna di Cecilia i suoi ricordi di bambino.
“Proprio ad agosto la famiglia iniziava la raccolta dei pomodori che si mettevano spasi a terra su grossi tavoli di legno in due file sovrastanti per farli ammaggiarire, cioe’ maturare meglio.
Quindi venivano poi lavati nella tinozza di legno e si stendevano ad asciugare sulle lenzuola di lino del corredo della madre, poi si tagliavano a pezzetti e venivano passati attraverso ‘o rullo, la macchinetta che li schiacciava, e il sugo ricavato insaporito con sale e foglie di basilico,veniva versato nelle bottiglie di vetro di un litro di colore verde scuro, per salvaguardarlo dai raggi solari. pasquale cesarano

A questo punto erano pronte per essere disposte int’a tiana, cioè nel pentolone, a strati, divisi con pezze ‘e sa fino all’orlo.
Il pentolone, chiamato anche caurara veniva precedentemente poggiato su due grandi pietre nel mezzo delle quali si disponevano ‘e sproccole per accendere il fuoco, necessario per portare il contenuto delle bottiglie ad ebollizione.

La madre metteva una patata alla sommità degli strati in quanto la sua cottura indicava che bisognava spegnere la fiamma e lasciare raffreddare per tutta la notte le bottiglie che, al mattino, venivano deposte in uno sgrottamento, una cavità ricavata dal padre nella stalla.
Il sugo di pomodoro che non era stato versato nelle bottiglie veniva deposto in grandi piatti di creta e fatto essiccare ‘ncoppa ‘o lastrico e noi ragazzi – ricorda Pasquale – avevamo il compito, ogni giorno, a turno di rimestare questa salsa per far evaporare l’acqua che si depositava nella parte sottostante.
caurara

A questo punto il sugo, chiamato conserva, era pronto per essere travasato nei vasetti di terracotta ricoperto da un leggero filo d’olio, per evitare la formazione delle muffe, e sigillato da un pezzo di stoffa fermato con uno spago.
Qualche bottiglia di pomodoro era già pronta per l’Assunta e condiva i mezzani spezzati da noi ragazzi, e i pezzi di coniglio e di gallina allevati int’a pezza.
Della gallina non si buttava via niente, neanche gli intestini puliti con cura, la cresta e i bargigli, mentre dal collo si ricavava ‘o suffritto. vaso di pomodoro

La mamma preparava un dolce con la farina che si dava come pasto ai maiali, dopo che era bollita e si raffreddava, ne prendeva un pugnetto, lo spremeva fra le mani per farne scolare del tutto l’acqua e ne ricavava delle palline che friggeva nell’olio e solo per quel giorno di festa ricopriva di zucchero.
Credetemi l’Assunta per noi diventava anche un momento di stare bene a tavola e mangiare meglio - è il commento sereno di Pasquale - ed eravamo sempre soddisfatti di quello che avevamo dai nostri genitori: ”.
Mentre racconta questi sprazzi della sua vita con orgoglio e con chiarezza, gli occhi azzurri si illuminano di una gioia interiore che appartiene solo a coloro che hanno vissuto con semplicità e sacrifico.

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