
San Severino Marche città d’arte, potrà leggere il visitatore nel cartello
che segnala l’inizio del paese. Bene, bene. Ma chissà se qualcuno si
chiederà di quale arte si sta parlando. Pittura? Archittettura? Gastronomia?
Senz’altro. Ma le arti preferite dai sanseverinati, a prima vista,
sembrerebbero ben altre: l’ozio e il pettegolezzo, come dicono i maligni
locali quando vedono i fannulloni stravaccati davanti ai bar di Piazza del
Popolo, o ascoltano con la coda dell’orecchio i commenti fatti al passaggio
di qualche ignara fanciulla. San Severino città di artisti, quindi.
Attenzione, però; qui anche gli sbruffoni e gli esagerati trovano terreno
fertile. Tanto per fare un esempio: negli anni ‘70, quando si faceva a gara
fra i vari paesi della provincia a chi organizzasse la sagra più bella e
importante, ne fiorivano a San Severino ben due: la sagra mondiale della
porchetta, alla quale si affiancò la sagra delle sagre!
E anche all’epoca delle signorie non si scherzava. I Signori Smeducci, a seguito di una rivolta popolare, fecero mettere un morso di cavallo sulla torre comunale,
come a dire ai cittadini: state buoni, o vi domeremo come si fa con i
quadrupedi! Quella di cui sto parlando fu città potente nell’epoca dei
comuni, tanto potente da permettersi di confinare con l’ancora più potente
Camerino, e di raggiungere lo stesso una vasta estensione. Oggi, la mancanza
di comode vie di comunicazione ha favorito la conservazione del territorio
nella sua integrità. La leggenda (o la solita sbruffoneria locale) racconta
che gli abitanti dell’antica città romana di Septempeda, attaccati dai Goti
di Totila, caricarono il corpo del vescovo San Severino su un carro. I buoi
che lo trainavano si diressero di propria iniziativa verso il vicino colle
di Montenero. Le acque del fiume Potenza si aprirono, facendo passare i
fuggiaschi e si richiusero al sopraggiungere dei barbari. Septempeda fu
rifondata sul colle e si chiamò con il nome del Vescovo, per ringraziarlo
del prodigioso miracolo.
In seguito, la città prosperò a tal punto che il colle non bastò più per
contenerla tutta e si dovette iniziare a costruire a valle. Sancti Severini
diventò così a due piani: in alto il castello e il duomo vecchio, in basso
la piazza del mercato e il comune.
Ma cosa potrebbe fare il visitatore che arrivasse proprio qui, nell’antico
confine della Marca Picena con l’Umbria? Dovrebbe senz’altro andare in
Piazza del Popolo e fare un giro sotto le logge per vedere i famosi
vitelloni che si godono la vita. Potrebbe poi incamminarsi lungo via
Salimbeni o via della Galetta verso la gotica basilica di San Lorenzo, dove
c’è una suggestiva cripta con gli affreschi dei fratelli Salimbeni. Da qui,
dirigendosi verso la città alta, si godrebbe senz’altro l’atmosfera
medioevale all’ombra dell’antica torre degli Smeducci dove c’è ancora
l’antico morso. A questo punto, ci sarebbero da visitare il Duomo vecchio
con l’adiacente museo e pinacoteca, se sono aperti. I più salutisti
potrebbero recarsi al vicino monastero di clausura di Santa Caterina per
comprare la pozione a base di Aloe che le suore fanno con le loro mani:
guarisce molti mali. (Meglio telefonare per prenotarla).
Tutto il centro storico è senz’altro ricco di fascino, come anche i
dintorni. A chi ha un po’ più di tempo, consiglio di visitare almeno:
-le grotte di Sant’Eustachio, (a 6 Km) a cui si arriva a piedi per una
stretta gola attraversata dall’antica strada che conduceva a Camerino. Si
possono vedere ancora le fessure nella roccia chiuse da mattoni abitate
dagli eremiti e le cave di travertino dell’epoca romana, oltre all’antica
chiesetta (andrebbe restaurata) di San’Eustacchio in Domora.
-Elcito (a 20 Km), un antico borgo abbarbicato su uno sperone roccioso, di
grande suggestione, alle pendici del Monte San Vicino.
Per tutti questi e molti altri motivi, io che ci sono nato non posso non
affermare che San Severino è la città più bella del mondo. (Ne dubitavate,
forse?)
grazie all’autore dell’intervento: Renzo Mengoni

stefikit









Anteprima del commento