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Il non coinvolgimento (seconda parte)

L'uomo moderno, continuamente impegnato nella ricerca di soddisfazione, pratica abitualmente l'emozione, addirittura come forma di nutrimento, e la ricerca in continuità nel diverso, senza rendersi conto che tale strada non ha fine. La via dell'emozione, se mal gestita, non porta alla quiete necessaria per il libero fruire di esperienze legate alla vita interiore.

L’attaccamento all’emozione e al mentale evidenzia quanto l’uomo di oggi viva nei sensi e nell’esteriorità e quanto poco invece, si dedichi alla conoscenza di se stesso e della sua vita interiore.

Ciò potrebbe anche non costituire un problema se non fossero sempre più evidenti i segni di un generale malessere.

Questo mio scritto vuole offrire uno spunto per il recupero di un atteggiamento più salutare nei confronti dei fatti della vita attraverso un adeguato sviluppo della qualità del distacco.

In altre parole, il mio suggerimento vuole esortarvi a percorrere una strada sulla quale ci si arricchisce di doti e qualità di comportamento più utili e oggettive e lungo la quale si impara a stare nelle esperienze con tutte le facoltà acquisite senza coinvolgimento.

Per far meglio comprendere i vantaggi che tale strada offre, abitualmente, racconto ai miei allievi una sgradevole storiella che propongo anche a voi sperando che essa vi porti ad un confronto riflessivo.

Alcuni anni orsono, in una zona periferica di Milano, una strada, da poco ultimata, risultava essere molto veloce e pericolosa per mancanza di semafori. Essa, in alcuni punti era stata dotata di strisce pedonali ma, ciò nonostante, i pedoni si trovavano spesso in serie difficoltà nell’attraversarla, in quanto riusciva loro difficile calcolare un sicuro attraversamento.

Accadde che un giorno, un’automobile, investì in pieno un bambino, travolgendolo e schiacciandolo sotto le ruote.

Tre uomini assistettero all’incidente e reagirono in maniera diversa: il primo, fuggì spaventato… il secondo svenne… ed il terzo tentò di intervenire sia per prestare soccorso al bambino, sia all’autista in preda a choc.

La vita, in quell’occasione, procurò ad un terapeuta una grande esperienza: fece confluire tutti e tre i soggetti, anche se in tempi diversi, nel centro dove egli insegnava e praticava lo yoga. Essi si recarono da lui per avere assistenza nel tentativo di superare il trauma che l’incidente aveva loro inferto.

Con il primo soggetto, quello che era fuggito, il terapeuta dovette impegnarsi in un serio lavoro di tre anni poiché, insieme al trauma in se, soffriva di forte senso di colpa che fu assai duro da sciogliere.

Il secondo lo impegnò per due anni: l’istintiva identificazione nell’incidente (era padre di un bambino all’incirca della stessa età) lo aveva segnato profondamente.

Quello svenimento, messo in atto dalla natura per salvaguardarlo, lo aveva protetto da un trauma forse irreversibile, ma, allo stesso tempo, l’impressione rimasta nel suo subconscio, assumeva le caratteristiche di un problema irrisolto.

Il personaggio che meno impegnò il terapeuta fu il terzo: pochi mesi bastarono per liberarlo dalle residue impressioni che a tratti lo turbavano. Egli risultò dotato di istintiva capacità di non coinvolgimento. Tale capacità gli aveva permesso di rimanere nel reale oggettivo: nonostante anch’egli avesse dei figli, non si era identificato nell’accaduto.

La storiella, in genere la concludo facendo notare come questo episodio dimostri che quando si è distaccati si è più utili sia a se stessi, sia agli altri: non solo il trauma di questo signore risultò più lieve, ma egli fu l’unico in grado di intervenire, portare soccorso ed aiutare gli altri.

Questa, dunque, è la via da seguire. D’altronde, vi immaginate se un dentista si identificasse con il dolore del suo paziente? Sicuramente egli non sarebbe in grado di operare correttamente scegliendo il bene.

In conclusione, insisto a dire che coltivare il non coinvolgimento non significa perdere la sensibilità, ma se mai raffinarla e metterla al servizio di una visione più oggettiva e di conseguenza reale.

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