
Un percorso evolutivo come quello dello Yoga, l’ho affermato tante volte, prevede, come prima tappa, di destare lo stato di attenzione, giungere poi alla consapevolezza e da questa al risveglio della coscienza, imparando lungo la via a distinguere il falso dal vero, il soggettivo dall’oggettivo, talvolta attraverso dure pratiche di ogni genere.
Ottenere una simile conoscenza, soltanto con i mezzi dell’intelletto, viene ritenuto, in questa disciplina, praticamente impossibile, per questo, ad un certo livello si sostiene l’impiego della meditazione profonda.
Attraverso questo mezzo, considerato più idoneo, si dovrebbe poter determinare la vera natura dell’essenza dell’esistenza, proprio come una esperienza pratica.
La qualità necessaria che dona la capacità di distinguere e la visione oggettiva è il Vairagya: distacco o non coinvolgimento.
C’è da dire che il Vairagya non comporta necessariamente, come taluni sono portati a credere, l’abbandono del mondo, ritirandosi per esempio a fare gli asceti, esso è innanzitutto un atteggiamento, nonché una dimensione interiore.
Colui che raggiunge il Vairagya, guidato da un perfetto discernimento, potrebbe, come vuole la tradizione, ottenere le condizioni per conoscere la realtà imperturbabile del Brahman: l’eterno, imperituro Assoluto; la più alta realtà non duale, ne soggettiva ne oggettiva ma che li contiene entrambi.
In quanto coscienza assoluta, esso, nella sua astrazione non è accessibile al pensiero, tantomeno alla parola, poiché è una condizione di pura trascendenza.
Il Brahman su cui abitualmente viene proiettato un mondo di immagini che sicuramente non aiuta ai fini della conoscenza reale, come coscienza, renderebbe possibile la percezione dell’essere e della beatitudine.
Esiste nella meditazione lo stadio iniziale nel quale lo Yogi dispone di una concentrazione a carattere soggettivo dove egli non ha ancora chiara coscienza di se stesso; un’altra fase più oggettiva nella quale impara ad avere coscienza in maniera distinta sia di sè stesso che dell’oggetto della concentrazione; ed infine la fase più alta nè soggettiva nè oggettiva corrispondente ad uno stato di coscienza in cui lui stesso e l’oggetto della concentrazione sono la medesima cosa senza distinzione.
Quest’ultimo stato di concentrazione-coscienza viene chiamato Samadhi.

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