
E’in questo stato di perfetta trascendenza non duale ed estatica che si avrebbe l’opportunità di fare l’esperienza del Brahman.
Mi viene da dire che il Samadhi di cui si parla non è un vero Samadhi.
Posso intuire che si tratta di uno stato dell’essere che va al di là della veglia, del sogno e del sonno profondo.
Nella mia personale esperienza, che dura ormai da 26 anni, ho beneficiato, una sola volta, durante la meditazione di uno stato estatico.
Coincise, in seguito a mesi di intense pratiche, con la totale caduta di ogni genere di tensione e con la realizzazione interiore dello stato dell’abbandono.
Mi lasciò, suppongo per mancanza di abitudine, spaventato.
Dovetti lavorare a lungo per annullare lo stato di inquietudine che mi pervase.
Sinceramente tale esperienza fu molto forte ma non ritengo di aver provato lo stato alto del Samadhi come viene descritto dagli autorevoli testi dello Yoga.
Nonostante i miei maestri indiani, americani, belgi, francesi, italiani fossero le personalità di maggior spicco nell’ambiente nessuno di loro seppe mai fornirmi delucidazioni esaurienti per quanto mi era accaduto.
Indice, secondo me, che, anche loro, non avevano sufficiente esperienza di simili stati oppure avevano scelto il silenzio su tale argomento.
Alla luce di questa mia personale esperienza, invito, gli insegnanti Yoga e gli studiosi ad adottare maggiore prudenza nell’esprimersi.
Con troppa leggerezza si parla di Samadhi nelle scuole, cioè di cose di cui non si ha fatto reale esperienza. Non ce n’è bisogno.
Lo Yoga è in grado sia di apportare meravigliosi cambiamenti nella personalità psico-somatica dell’individuo, sia di iniziare a una vita più consapevole e direi che ciò è già un grande risultato.
Chi pratica un buono Yoga è persona equilibrata, ed è cosciente della complessità del campo che sta esplorando.
Talvolta ha l’impressione di trovarsi in una vasta area senza punti di riferimento. In queste condizioni gli risulta difficile affermare principi con certezza.
Farlo potrebbe essere già sinonimo di fanatismo frutto di Avidya (non conoscenza, per non dire ignoranza).

1120








